L’Unione europea – si trova scritto nei Trattati istitutivi – “instaura un mercato interno”, il quale “comporta uno spazio senza frontiere interne, in cui è assicurata la libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali” e, a tal fine, “si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell’ambiente”.

L’economia sociale di mercato è il modello economico su cui si fonda l’Unione europea ed è caratterizzato, nel contempo, da libertà di mercato e da giustizia sociale: questo modello, che ha origini nell’ambiente culturale tedesco della Repubblica di Weimar, dopo la Prima guerra mondiale, ma è stato sviluppato dalla scuola di Friburgo degli “ordoliberali”, riconosce che il mercato e il puro e semplice liberalismo non sono in grado di garantire una soddisfacente equità sociale, la quale, invece, è considerata indispensabile perché i singoli individui siano in grado di operare liberamente e in condizioni di pari opportunità; d’altro canto, anche la realizzazione dell’individuo non può compiersi pienamente se non vengono garantite la libera iniziativa, la libertà di impresa, di mercato e la proprietà privata.

E’ in questa cornice culturale che i Trattati assegnano all’Unione europea il compito esclusivo di “definizione delle regole di concorrenza necessarie al funzionamento del mercato interno”.

Le regole che mirano ad assicurare la libera concorrenza tra le imprese, cioè le condizioni perché competano ad armi pari nel mercato unico europeo, sono rivolte:

  • alle imprese e vietano “tutti gli accordi tra imprese, tutte le decisioni di associazioni di imprese e tutte le pratiche concordate che possano pregiudicare il commercio tra Stati membri e che abbiano per oggetto o per effetto di impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza all’interno del mercato interno”;
  • agli Stati membri, intesi come qualsiasi autorità pubblica, anche regionale e locale, e dichiarano “incompatibili con il mercato interno, nella misura in cui incidano sugli scambi tra Stati membri, gli aiuti concessi dagli Stati, ovvero mediante risorse statali, sotto qualsiasi forma che, favorendo talune imprese o talune produzioni, falsino o minaccino di falsare la concorrenza”.

Spetta alla Commissione europea controllare che le imprese – ad esempio, attraverso accordi sui prezzi dei prodotti, oppure sulla ripartizione dei mercati, di sbocco o di approvvigionamento – e le pubbliche autorità nazionali, attraverso interventi di sostegno alle proprie imprese, rispettino le regole della libera concorrenza stabilite dai Trattati sull’Unione europea.

Questa premessa per introdurre il tema dell’articolo e inquadrare il senso del “Quadro di valutazione degli aiuti di Stato alle imprese 2018” che, ogni anno, pubblica la Commissione europea per presentare i risultati della sua attività di monitoraggio e di controllo sugli interventi pubblici nazionali a sostegno delle imprese, al fine di garantire che non vi siano Stati che favoriscono le proprie imprese a danno di quelle di altri Stati, fornendo loro sussidi o agevolazioni o facilitazioni vietate dalle norme europee.

Precisato che non ogni intervento pubblico a favore dell’economia può essere considerato un aiuto di Stato vietato dai Trattati europei e che gli stessi Trattati prevedono alcune deroghe, tuttavia il campo di applicazione di tali regole è piuttosto ampio perché, nel diritto europeo, la nozione di impresa comprende qualsiasi ente che esercita un’attività economica, a prescindere dal suo stato giuridico e dalle sue modalità di finanziamento: quindi riguarda sia imprese private che pubbliche; sia società che liberi professionisti; sia attività economiche svolte a fini di lucro o senza fini di lucro.

Nel 2017, ultimo anno di rilevazione della Commissione europea, gli Stati membri hanno speso 116,2 miliardi di euro, ossia lo 0,76% del PIL dell’intera Unione, per concedere aiuti alle imprese, rispetto ai 106,6 miliardi di euro del 2016, ossia lo 0,72% del PIL della stessa Unione: si tratta di aiuti compatibili con i Trattati europei e, quindi, autorizzati dalla Commissione.

Il seguente grafico illustra l’andamento della spesa pubblica destinata dagli Stati membri dell’Unione europea alle imprese – nel senso ampio che si è anticipato sopra – dal 2009 al 2017.

Andamento della spesa pubblica destinata dagli Stati membri dell’Unione europea alle imprese dal 2009 al 2017
Fonte: Commissione europea, 2019

 

Nella seguente cartina, invece, è rappresentato il peso degli aiuti pubblici alle imprese, in percentuale sul PIL, nei diversi Stati membri, nel 2017. Si noterà che gli Stati dell’Europa centrale e settentrionale sono quelli che investono di più nelle politiche per le imprese.

Peso degli aiuti pubblici alle imprese, in percentuale sul PIL, nei diversi Stati membri, nel 2017
Fonte: Commissione europea, 2019

 

Sempre nel 2017, rileva la Commissione, circa il 94% della spesa totale in aiuti di Stato è stato destinato a obiettivi orizzontali di interesse comune: protezione dell’ambiente, ricerca, sviluppo e innovazione e sviluppo delle regionali svantaggiate.

In particolare, circa il 53% della spesa totale in aiuti di Stato nel 2017 è stato concesso a sostegno di misure ambientali e di risparmio energetico: questo dato eclatante si spiega con il fatto che molti Stati membri stanno investendo massicciamente nella promozione di iniziative imprenditoriali nel campo della tutela ambientale e delle energie rinnovabili, perché stanno aiutando le imprese nel passaggio ad un nuovo modello di crescita più sostenibile.

Le scelte di politica economica dei diversi Stati membri dell’Unione

Poiché, come osserva la Commissione europea il controllo degli aiuti di Stato non impedisce ai governi degli Stati membri di definire liberamente i propri obiettivi di politica economica, il rapporto annuale della Commissione sugli aiuti di Stato alle imprese consente di osservare come si differenziano le politiche di sostegno  nei diversi Stati membri dell’Unione.

Gli obiettivi di politica economica nei quali i singoli Stati hanno speso di più, sono stati:

  • protezione ambientale e risparmio energetico per una maggioranza di 16 Stati membri (Germania, Romania, Bulgaria, Austria, Svezia, Finlandia, Danimarca, Estonia, Repubblica ceca, Irlanda, Paesi Bassi, Cipro, Slovenia, Lussemburgo, Regno Unito e Francia). Inoltre, la maggior parte degli aiuti è stata effettivamente utilizzata sostenere le fonti di energia rinnovabile (comprese le riduzioni delle imposte sull’energia per gli utenti che consumano molta energia);
  • sviluppo regionale, cioè aiuti alle aree geografiche meno sviluppate, in Portogallo, Grecia, Croazia, Ungheria e Polonia;
  • ricerca, sviluppo e innovazione in Belgio;
  • cultura in Lituania;
  • sviluppo settoriale a Malta e in Lettonia;
  • promozione dell’esportazione e dell’internazionalizzazione in Spagna;
  • piccole imprese e capitale di rischio per le start-up in Italia.

Il seguente grafico riassume i risultati di tale analisi, dove si trova conferma degli orientamenti delle politiche per le imprese adottate dai diversi Stati membri: la grande maggioranza sta investendo sulla transizione verso una economia a basse emissioni di carbonio.

Aiuti di Stato nell'UE e obiettivi di politica economica
Fonte: Commissione europea, 2019

 

Il rapporto della Commissione europea contiene numerose altre analisi interessanti che, in questa sede, è impossibile approfondire: tuttavia, attraverso link riportato in appendice, si potrà accedere a dati, grafici e approfondimenti relativi ai singoli Paesi, tra i quali l’Italia, della quale vale la pena di analizzare la seguente tabella, per capire come si stanno evolvendo gli incentivi alle imprese nell’ultimo decennio.

Si noterà, dai dati riportati, che l’Italia non solo investe nelle piccole e medie imprese ma resta legata a modalità di sostegno alle imprese di tipo tradizionale (sovvenzioni), con una crescente importanza delle esenzioni fiscali.

Crollati gli aiuto all’export e alla internazionalizzazione, diminuiti quelli alla ricerca e all’innovazione, sono in crescita quelli ad ambiente ed energia e, seppure in misura nettamente inferiore, al lavoro.

Tuttavia, ciò che emerge dell’Italia da questo prospetto è la mancanza di obiettivi di politica industriale ben definiti: gli interventi di sostegno alle imprese, infatti, si disperdono tra tanti, diversi obiettivi.

Aiuti di Stato dell'Italia per obiettivo di sviluppo, 2019
Fonte: Commissione europea, 2019

 

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