Il trattato franco-tedesco di Aquisgrana: progetto di una nuova Europa “unita e sovrana”

1 febbraio 2019 di Mauro Varotto

Il trattato di cooperazione e integrazione tra la Repubblica francese e la Repubblica federale di Germania, sottoscritto il 22 gennaio 2019 ad Aquisgrana (Aix-la-Chapelle/Aachen), in Germania, in un luogo-simbolo dell’unità europea e delle comuni radici storiche dei due Paesi, apre una nuova fase non solo nelle relazioni franco-tedesche, negli ultimi anni progressivamente deterioratesi, ma anche nel processo di integrazione europea, frenato soprattutto dall’inceppamento di tali relazioni.

Infatti, già Winston Churchill, nel famoso discorso sull’Europa tenuto all’Università di Zurigo il 19 settembre 1946 (di sorprendente attualità), aveva indicato nell’alleanza tra Francia e Germania il primo passo verso la costruzione degli Stati uniti d’Europa:

“Vi dirò ora qualcosa che vi sorprenderà. II primo passo verso la ricostruzione della famiglia europea dev’essere un’alleanza fra la Francia e la Germania. Solo così la Francia potrà recuperare il suo ruolo dì guida morale e culturale dell’Europa. Non vi può essere rinascita dell’Europa senza una Francia spiritualmente grande e senza una Germania spiritualmente grande. La struttura degli Stati Uniti d’Europa, se costruita bene e con lealtà, sarà tale da rendere meno importante la forza materiale di un singolo Stato. Le Nazioni piccole conteranno come le grandi e verranno considerate per il loro contributo alla causa comune.”

Poi, il 9 maggio 1950, l’allora ministro degli esteri francese Robert Schuman propose al nemico di sempre, la Repubblica federale di Germania, di mettere in comune le produzioni di carbone e acciaio sotto l’egida di una organizzazione comune sovranazionale, la Comunità europea del carbone e dell’acciaio. Infatti, senza “l’eliminazione del contrasto secolare tra la Francia e la Germania” – come si legge nella Dichiarazione Schuman – nessuna unità europea sarebbe stata possibile.

Dai Trattati di Roma in poi, l’edificio dell’Unione europea si regge su due Stati: Francia e Germania, che ne costituiscono il vero “motore”.

Settant’anni di relazioni di pacifiche e di amicizia tra la Francia e la Germania hanno creato un clima di collaborazione che si è via via esteso all’intero continente europeo, che oggi trova la sua massima forma di integrazione nell’Unione europea, la quale, tuttavia, è solo la più avanzata, ma non l’unica, forma di collaborazione tra i 47 Stati europei, come bene evidenzia la seguente cartina che descrive i diversi “spazi” di cooperazione oggi esistenti nel nostro continente.

Queste geografie variabili della cooperazione a livello europeo – dal Consiglio d’Europa, dove siede anche la Russia, fino alla zona euro, cui partecipano diciannove Stati dell’Unione europea – hanno un elemento in comune: tutti gli Stati partecipano volontariamente e su un piede di parità, a prescindere dalle dimensioni o dalla ricchezza.

Da settan’anni in Europa la libera cooperazione multilaterale tra più Stati ha sostituito la cosiddetta politica di potenza, basata sui rapporti di forza e sulla egemonia di uno Stato sull’altro.

 

In questo contesto storico e politico va letto il trattato sottoscritto ad Aquisgrana il 22 gennaio 2019 tra il presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, e la cancelliera della Repubblica federale di Germania, Angela Merkel, nel solco tracciato dal precedente trattato sulla cooperazione franco-tedesca del 22 gennaio 1963 (il cosiddetto “trattato dell’Eliseo”), sottoscritto da Charles De Gaulle e da Konrad Adenauer, in uno dei momenti di più profonda crisi delle reciproche relazioni, il quale rappresentò la fine della storica inimicizia tra le due nazioni e un passo fondamentale nel rafforzamento delle Comunità europee.

Come il progetto di unità europea nato settant’anni fa, così il trattato di Aquisgrana del 2019 “è un progetto democratico di respiro nuovo” – secondo le parole usate dal Presidente francese – “un progetto senza egemonia, profondamente democratico, un progetto liberamente concordato, scelto, reinventato ogni giorno, dove non si decide per l’altro, ma dove tutti i membri scelgono costantemente insieme per se stessi”.

Un progetto – è un aspetto da sottolineare – aperto alla partecipazione di tutti i Paesi europei che ne condividono valori e obiettivi.

Struttura e contenuti del trattato di Aquisgrana

Il Traité entre la République française et la République fédérale d’Allemagne sur la coopération et l’intégration franco-allemandes non sostituisce ma integra il precedente Trattato dell’Eliseo sulla cooperazione franco-tedesca del 22 gennaio 1963, e si compone di un preambolo e di 28 articoli, suddivisi in 7 capitoli, come indicato nella seguente tavola.

 

Inoltre, in un apposito allegato, è definita una prima lista di quindici progetti prioritari per l’attuazione del trattato stesso.

Le motivazioni alla base del trattato di Aquisgrana

Sarebbe un errore dare una lettura semplificata e meramente contingente del trattato di Aquisgrana: non aiuterebbe a capirne la portata storica e, soprattutto, le possibili conseguenze politiche a lungo termine sul processo di integrazione europea.

Il punto di convergenza franco-tedesca su cui nasce l’iniziativa è dichiarato nel preambolo: l’unità europea è arrivata a un bivio e, oggi, deve affrontare nuove sfide e nuove minacce.

I nazionalismi che prevalgono in diversi Paesi, dall’Ungheria alla Polonia, dall’Austria all’Italia; la dolorosa disgregazione prodotta dalla Brexit; i grandi cambiamenti nelle relazioni internazionali, indotti da una politica estera americana unilaterale e imprevedibile, da una rinata volontà di potenza della Russia che mira a ricostruire la sfera di influenza dell’ex-Unione sovietica e dal ruolo ambiguo della Cina; la necessità di gestire fenomeni che vanno ben oltre le dimensioni delle singole nazioni, quali il clima, il digitale, il terrorismo, l’immigrazione: questi eventi sono tutti shock che colpiscono il modello europeo e mettono in discussione la stessa identità europea.

Di fronte a tali sfide e a tali minacce, può essere lasciato fallire il grande progetto di pace e di benessere rappresentato dal processo di integrazione europea avvenuto negli ultimi sette decenni di storia?

L’Europa può rinunciare ai suoi valori fondanti – il rispetto della dignità umana, la libertà, la democrazia, l’uguaglianza, lo Stato di diritto e il rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle minoranze – senza tradire se stessa?

Può essere abbandonata la conquista del modello europeo di società, caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini?

A queste domande, poste dalla situazione attuale del mondo e della stessa Europa, Francia e Germania hanno deciso di fornire una risposta ferma e chiara, assumendosi ancora una volta, come settant’anni fa, la responsabilità di mostrare la strada: dare il via a una nuova collaborazione situata a un livello superiore rispetto alle relazioni in atto, nella prospettiva di costruire una “Unione europea unita, efficace, sovrana e forte”.

Nel trattato di Aquisgrana non si parla di Stati uniti d’Europa, ma l’obiettivo – lo ritrascrivo nella versione originale francese – di una “Union européenne unie, efficace, souveraine et forte” è, di sicuro, un passo decisivo in quella direzione: fino ad oggi, in Europa, solo gli Stati sono considerati “sovrani” ed è la prima volta, in un trattato internazionale, che si usa l’espressione “sovrana” riferita all’Unione europea.

Il trattato vuole essere, quindi, una risposta ai rigurgiti nazionalistici presenti in tutti i Paesi europei.

L’apertura europea del trattato di Aquisgrana

L’unità politica dell’Europa è, quindi, la strada indicata congiuntamente da Francia e Germania agli altri Paesi europei: infatti, è il progetto di una cooperazione aperta a tutti gli Stati membri dell’Unione europea, come si legge nel preambolo del Trattato.

Ma a quali Stati europei e a quali condizioni?

Anche la risposta a questa domanda non lascia dubbi.

Innanzitutto, a tutti gli Stati europei che rispettano i diritti, le libertà e i valori, irrinunciabili, dell’Unione europea e che il trattato di Aquisgrana ribadisce con forza: a partire dalla regola fondamentale dello Stato di diritto, oggi messo in discussione e, a volte, addirittura violato, in diversi Paesi europei.

Associato al rispetto dello Stato di diritto il trattato di Aquisgrana pone l’emancipazione femminile e l’uguaglianza di genere: questa associazione non è casuale, poichè proprio nei Paesi in cui viene calpestato lo Stato di diritto, sono messi in discussione i diritti delle donne.

In secondo luogo, a tutti gli Stati europei interessati al rafforzamento della reciproca solidarietà, economica e sociale, e alla creazione di un mercato globale aperto, equo e fondato sulle regole, con un accesso basato sulla reciprocità e sulla non discriminazione e regolato da elevati standard ambientali e sociali.

In terzo luogo, a tutti gli Stati europei che assicurano il rispetto alla Carta delle Nazioni Unite e si impegnano a creare, attraverso l’ONU, un ordine internazionale basato sul multilateralismo e non sull’unilateralismo.

Infine, a tutti gli Stati europei che riconoscono la necessità di una azione urgente per proteggere il clima e preservare la biodiversità e gli ecosistemi.

Chi conosce i valori e i principi su cui si fonda l’Unione europea non troverà nulla di nuovo, perchè sono i criteri che deve rispettare qualsiasi Stato che voglia aderire o rimanere parte dell’Unione europea.

Il trattato di Aquisgrana, però, li ribadisce perchè oggi non tutti gli Stati membri dell’Unione europea li condividono ed è giunto il momento, per tutti, di compiere una scelta di campo.

 

Gli ambiti della cooperazione politica del trattato di Aquisgrana

Unità, solidarietà, coesione” sono le parole d’ordine del trattato di Aquisgrana, che non si limita a una enunciazione di principi, ma individua precisi percorsi di integrazione politica, economica e sociale e, altra novità, in campo militare.

Il trattato prefigura, infatti, la creazione di strumenti di condivisione delle sovranità di Francia e Germania in nuovi ambiti: la difesa, la sicurezza, l’accesso allo spazio, la gestione della migrazione e della transizione economica dettata alle nuove sfide ecologiche e digitali.

Per completare la panoramica, il medesimo trattato individua una serie di quindici progetti prioritari in cui iniziare, sin da subito, a sviluppare la nuova forma di cooperazione tra Francia e Germania, che si estendono dalla collaborazione in sede ONU a quella in ambito culturale; dalla cooperazione tra le zone di confine, alla creazione di una rete di ricercatori alla condivisione di un programma spaziale comune, fino alla condivisione delle reti e delle piattaforme digitali.

Infine, precisa il trattato, tutte queste iniziative di cooperazione dovranno avvenire nel quadro delle rispettive norme costituzionali e giuridiche nazionali e, soprattutto, nel quadro giuridico dell’Unione europea: quest’ultimo aspetto è importante poiché vuole sottolineare che il trattato di Aquisgrana non costituisce una “rottura” rispetto all’attuale processo di integrazione europea, non è stato sottoscritto “nonostante l’Unione europea” ma “per l’Unione europea”.

Come già il trattato dell’Eliseo del 1963, vuole essere uno strumento per superare le attuali difficoltà indicando nuove direzioni verso una integrazione politica.

Le domande aperte

Il trattato di Aquisgrana arriva a pochi mesi di distanza da un’altra iniziativa politica franco-tedesca – la Dichiarazione di Mesemberg del 19 giugno 2018, che ho già presentato in questo blog – e che consiste nella creazione di un bilancio destinato ai soli Paesi dell’eurozona, da introdurre nel quadro finanziario dell’Unione europea 2021-2027, per promuovere la competitività, la convergenza e la stabilizzazione nell’area dell’euro, nonché importanti investimenti in innovazione e capitale umano.

Quale lettura dare a questi eventi? Quale impatto potranno avere sul futuro della costruzione europea?

Una delle analisi più lucide e illuminanti sulla situazione dell’Unione europea, e che può aiutare a capire il significato storico e politico della nuova intesa tra Francia e Germania, è stata scritta da Joschka Fischer, già leader dei Verdi tedeschi, ministro degli affari esteri della Germania e vice-cancelliere nel governo di Gerhard Schröder dal 1998 al 2005, oggi animatore del “Gruppo Spinelli” per il rilancio dell’integrazione europea.

Nel suo saggio, provocatoriamente intitolato: “Se l’Europa fallisce?” – e che invito a leggere per il suo spessore culturale e politico – Joschka Fischer conduce una approfondita analisi storica dei rapporti tra Francia e Germania per dimostrare come, all’origine dell’attuale crisi dell’Unione europea vi sia l’incompiutezza del processo di unificazione politica dell’Europa, a sua volta dovuta al deterioramento dei rapporti tra i due Stati.

Quale la causa dell’incrinarsi dell’asse franco-tedesco su cui si fonda l’Unione europea? E’ rintracciabile in preciso evento storico: la riunificazione tedesca del 3 ottobre 1990.

Tale riunificazione ha riproposto in Europa il “problema Germania”, cioè la presenza al centro del continente di “uno Stato troppo grande per l’Europa e troppo piccolo per il mondo.

Secondo Fischer la crisi economica e finanziaria dell’ultimo decennio – e le posizioni miopi assunte dall’attuale leadership tedesca – stanno trascinando il continente europeo verso una nuova egemonia tedesca, fondata non più sulla forza militare ma su quella economica: si tratta di una deriva non perseguita né voluta dalla Germania, che anzi la teme e la imbarazza, ma che, di fatto, si sta concretizzando:

“L’impresa chiamata Unione europea doveva rendere possibile una Germania europea, ma purtroppo questa meta (…) è stata sostituita dalla realtà emergente di una Europa tedesca”.

Quindi, in base a questa analisi, il rilancio dell’integrazione europea non può che partire da rinnovati rapporti di collaborazione franco-tedesca, nella prospettiva della costruzione degli Stati Uniti d’Europa, ai quali partecipino, su un piede di parità, tutti gli altri Stati europei.

Creare una organizzazione politica federale in Europa è la soluzione più efficace al problema del contenimento del rischio di una nuova egemonia tedesca sul continente europeo e, peggio, al riemergere di tendenze – ancora presenti in parte della società e della politica tedesca – di guardare più alla Russia – fonte di materie prime essenziali all’economia – che all’Europa occidentale e alla Nato.

Alla fine di questo analisi della collocazione storica e politica del trattato di Aquisgrana, sorgono spontanee alcune domande: il trattato offre una risposta adeguata alle nuove sfide che si trova ad affrontare l’Unione europea e, soprattutto, crea le basi per scongiurare il rischio di un processo di “disunione europea” che avrà come effetto una nuova egemonia tedesca sul continente?

Infine, una domanda sull’Italia.

Come già la Dichiarazione Schuman lasciava aperta la porta alla volontaria adesione alla prima Comunità europea di altri Paesi europei – e vi aderirono, fin dall’inizio, i Paesi Bassi, il Belgio, il Lussemburgo e l’Italia – così, come ho anticipato sopra, la nuova dimensione della cooperazione politica europea delineata dal trattato di Aquisgrana è espressamente aperta a tutti gli Stati membri dell’Unione europea che ne condividono principi e valori, obiettivi e scelte.

Si tratta, quindi, un nuovo progetto politico di dimensione europea, rispetto al quale ogni Paese dell’Unione europea è invitato a decidere, liberamente, se farne parte o meno: l’Italia, che aderì subito all’invito contenuto nella Dichiarazione Schuman, oggi come si schiererà in Europa?

 

 

ACCESSO DIRETTO ALLE FONTI DI INFORMAZIONE:

Testo del Trattato franco-tedesco di Aquisgrana del 22 gennaio 2019

Joschka Fischer, Se l’Europa fallisce?, Ledizioni, Milano, 2015

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