La revisione intermedia del piano UE sull’economia sociale analizza risultati, limiti attuativi e nuove priorità per l’integrazione nel mercato unico.

Introduzione

Negli ultimi anni il tema dell’economia sociale è progressivamente emerso come uno degli ambiti più dinamici – e, al tempo stesso, più complessi – delle politiche dell’Unione europea. Non si tratta soltanto di un settore specifico, ma di un insieme eterogeneo di soggetti e attività che intersecano il mercato del lavoro, le politiche sociali, la concorrenza, gli appalti pubblici e, più in generale, il funzionamento del mercato unico.

Su questo terreno, l’Unione europea ha costruito, a partire dal Piano d’azione per l’economia sociale del 2021, un quadro di riferimento articolato, che ho analizzato in una serie di contributi dedicati, tra l’altro, alla Raccomandazione del Consiglio del 2023 sullo sviluppo dell’economia sociale, nonché ai principali ambiti applicativi che ne condizionano la crescita: l’accesso al mercato degli appalti pubblici, la disciplina degli aiuti di Stato alle imprese dell’economia sociale, il ruolo dei servizi di interesse economico generale e, non da ultimo, le prospettive di una struttura giuridica europea per le associazioni transfrontaliere.

In tali contributi, l’attenzione si è concentrata prevalentemente sul quadro normativo e sugli strumenti messi a disposizione dall’Unione europea per favorire lo sviluppo del settore. In altri termini, su ciò che l’Unione invita gli Stati membri a fare e sulle condizioni giuridiche che possono facilitare – o ostacolare – l’operatività dei soggetti dell’economia sociale all’interno del mercato unico.

A distanza di cinque anni dal Piano di azione e di tre anni dall’adozione della Raccomandazione del 2023, il quadro si arricchisce ora di un elemento nuovo e particolarmente rilevante: la revisione intermedia del Piano d’azione per l’economia sociale [COM(2026) 138], con la quale la Commissione europea fornisce una prima valutazione dei risultati conseguiti e, al tempo stesso, delinea le priorità della fase successiva.

Questo passaggio segna un’evoluzione significativa. Se nella fase precedente l’obiettivo principale era la costruzione di un contesto favorevole – attraverso definizioni comuni, quadri strategici nazionali e strumenti di policy – la revisione intermedia consente per la prima volta di spostare l’attenzione sul piano dell’attuazione. Non si tratta più soltanto di individuare le misure necessarie, ma di verificare in che misura esse siano state effettivamente adottate, con quali risultati e con quali limiti.

In questo senso, l’analisi della Commissione offre una chiave di lettura particolarmente utile: da un lato, evidenzia progressi non trascurabili, come la diffusione di strategie nazionali e l’avvio di riforme legislative in numerosi Stati membri; dall’altro, mette in luce criticità persistenti, legate in particolare alla frammentazione dei contesti nazionali, alla capacità amministrativa e alla difficoltà di integrare pienamente l’economia sociale nei meccanismi di funzionamento del mercato.

Il presente contributo si colloca in questa prospettiva. L’obiettivo non è riprendere in modo sistematico i contenuti della Raccomandazione del 2023, già esaminati in precedenza, ma utilizzare la revisione intermedia per compiere un passaggio ulteriore: dalla descrizione del quadro normativo alla valutazione della sua attuazione e, soprattutto, alla comprensione delle direttrici lungo le quali l’Unione europea intende sviluppare le proprie politiche nei prossimi anni.

In tale ottica, l’articolo analizzerà, in primo luogo, i risultati emersi a livello europeo, evidenziando convergenze e divergenze tra gli Stati membri; in secondo luogo, approfondirà alcuni nodi strutturali che continuano a limitare lo sviluppo dell’economia sociale, anche alla luce degli ambiti già esaminati nei precedenti contributi; infine, si soffermerà sulle prospettive delineate dalla Commissione, con particolare attenzione al rapporto tra economia sociale e mercato unico.

Un’attenzione specifica sarà, infine, dedicata al caso italiano, al fine di collocare l’esperienza nazionale nel più ampio contesto europeo e di valutarne punti di forza e criticità alla luce degli sviluppi più recenti.

1. La Raccomandazione 2023 come punto di partenza

La revisione intermedia del Piano d’azione per l’economia sociale si colloca in un quadro normativo già definito, il cui perno è rappresentato dalla Raccomandazione del Consiglio del 27 novembre 2023 sullo sviluppo delle condizioni quadro dell’economia sociale.

Come evidenziato in un precedente contributo dedicato a tale atto, la Raccomandazione costituisce il principale strumento attraverso il quale l’Unione europea ha inteso promuovere un approccio coordinato allo sviluppo del settore, pur nel rispetto delle competenze degli Stati membri.

L’obiettivo generale è duplice. Da un lato, rafforzare il ruolo dell’economia sociale nell’accesso al mercato del lavoro, nella creazione di occupazione di qualità e nell’inclusione sociale; dall’altro, creare un contesto favorevole allo sviluppo delle organizzazioni del settore, intervenendo su una pluralità di ambiti che incidono direttamente sulla loro operatività.

In questa prospettiva, la Raccomandazione individua un insieme articolato di strumenti, che riflettono la natura trasversale dell’economia sociale. Tra questi assumono particolare rilievo:

  • l’accesso ai finanziamenti, sia pubblici sia privati, attraverso lo sviluppo della finanza sociale e il miglior utilizzo dei programmi dell’Unione;
  • l’accesso ai mercati, in particolare mediante gli appalti pubblici, valorizzando le possibilità offerte dalla normativa europea per integrare criteri sociali e qualitativi;
  • l’utilizzo delle regole sugli aiuti di Stato e della disciplina dei servizi di interesse economico generale per sostenere attività di interesse collettivo;
  • l’adozione di misure fiscali e di strumenti di riconoscimento giuridico specifici;
  • il rafforzamento della visibilità del settore e lo sviluppo di sistemi di misurazione dell’impatto sociale.

Accanto a questi strumenti, la Raccomandazione attribuisce un ruolo centrale agli Stati membri, invitandoli ad adottare – entro un orizzonte temporale definito – strategie nazionali per l’economia sociale, costruite in collaborazione con i portatori di interesse e integrate nelle politiche economiche, sociali e territoriali.

Si tratta di un elemento essenziale per comprendere la fase successiva. La Raccomandazione non introduce obblighi giuridicamente vincolanti, ma definisce un quadro di riferimento comune e un’agenda di riforme, la cui attuazione è rimessa in larga misura alle scelte nazionali.

Proprio per questa ragione, la sua efficacia non può essere valutata esclusivamente in termini di adozione formale delle misure proposte, ma richiede un’analisi più ampia, che tenga conto delle modalità con cui tali indicazioni sono state recepite, adattate e tradotte in interventi concreti nei diversi contesti nazionali.

È su questo terreno che si colloca la revisione intermedia della Commissione europea, che consente di passare dalla definizione del quadro di riferimento alla prima verifica della sua attuazione.

2. I risultati: progressi reali ma disomogenei

La revisione intermedia del Piano d’azione per l’economia sociale consente di formulare una prima valutazione complessiva degli effetti prodotti dalla Raccomandazione del 2023 e, più in generale, delle iniziative europee in questo ambito.

Il quadro che emerge è, nel complesso, positivo sotto diversi profili. In un arco temporale relativamente breve, l’azione dell’Unione europea ha contribuito a rafforzare in modo significativo il riconoscimento dell’economia sociale e a stimolare l’adozione di misure a livello nazionale.

Un primo elemento rilevante riguarda la diffusione di strategie e quadri di intervento. Un numero crescente di Stati membri ha adottato o è in procinto di adottare strategie nazionali dedicate all’economia sociale, spesso accompagnate da piani d’azione e strumenti di coordinamento tra amministrazioni. Questo dato conferma la capacità della Raccomandazione di svolgere una funzione di orientamento e di attivazione delle politiche pubbliche.

Accanto a ciò, si registra l’avvio di riforme legislative in numerosi ordinamenti, volte a definire o aggiornare lo status giuridico dei soggetti dell’economia sociale, a chiarirne il perimetro e a rafforzarne il riconoscimento istituzionale. In diversi casi, tali interventi si accompagnano all’introduzione di strumenti specifici di sostegno, anche in relazione all’accesso ai finanziamenti e ai mercati.

Un ulteriore segnale di avanzamento riguarda il crescente riconoscimento del ruolo dell’economia sociale nelle politiche economiche e sociali. La revisione intermedia evidenzia come il settore sia sempre più considerato non solo in funzione dell’inclusione sociale, ma anche come componente rilevante per la creazione di occupazione, lo sviluppo territoriale e, più in generale, per la resilienza dei sistemi economici.

Tuttavia, a fronte di questi progressi, la valutazione della Commissione mette in luce con altrettanta chiarezza una serie di limiti strutturali che ne ridimensionano la portata.

In primo luogo, l’attuazione delle misure previste dalla Raccomandazione risulta fortemente disomogenea tra gli Stati membri. La diffusione di strategie nazionali non si traduce necessariamente in un livello equivalente di intervento concreto, e permangono differenze significative sia nella qualità dei quadri normativi sia nella capacità di tradurli in politiche operative.

In secondo luogo, emerge con evidenza il tema della capacità amministrativa. In diversi contesti, le amministrazioni pubbliche incontrano difficoltà nell’applicare strumenti che, pur previsti dal diritto dell’Unione, richiedono competenze tecniche specifiche e un elevato grado di coordinamento. Ciò riguarda, in particolare, ambiti complessi come gli appalti pubblici, gli aiuti di Stato e la gestione dei servizi di interesse economico generale.

Infine, la revisione intermedia segnala un limite più generale, che attiene al rapporto tra economia sociale e mercato. Nonostante i progressi registrati sul piano del riconoscimento e delle politiche di sostegno, l’integrazione dell’economia sociale nei meccanismi di funzionamento del mercato unico resta incompleta. Le organizzazioni del settore continuano a incontrare ostacoli nell’accesso ai mercati, ai finanziamenti e alle catene del valore, con effetti che incidono sulla loro capacità di crescita e di consolidamento.

Nel loro insieme, questi elementi delineano un quadro articolato, in cui l’azione dell’Unione europea ha prodotto risultati tangibili, ma non ancora sufficienti a superare le criticità di fondo. È proprio da questa tensione tra progressi e limiti che emerge la necessità di analizzare più in dettaglio le differenze tra Stati membri, al fine di comprendere come e perché l’attuazione della Raccomandazione si sviluppi lungo traiettorie così diversificate.

3. Il benchmark europeo: convergenza formale, divergenza sostanziale

La revisione intermedia della Commissione, integrata dalle evidenze contenute nel documento di lavoro che accompagna la relazione [SWD(2026) 94], consente di andare oltre una valutazione aggregata e di cogliere una dinamica particolarmente significativa: la crescente convergenza formale tra gli Stati membri non si traduce ancora in una convergenza sostanziale nei livelli di sviluppo dell’economia sociale.

Sul piano formale, il quadro europeo appare oggi molto più omogeneo rispetto a pochi anni fa. L’economia sociale è entrata stabilmente nell’agenda politica europea e nazionale. La maggior parte degli Stati membri ha ormai riconosciuto il settore come ambito specifico di intervento pubblico, ha adottato o sta predisponendo strategie dedicate e ha avviato processi di adeguamento normativo e istituzionale.

La stessa Commissione rileva come il Piano d’azione abbia svolto un ruolo determinante nel favorire la diffusione di nuove strategie nazionali, nel rafforzare la legittimazione politica del settore e nel promuovere riforme legislative, strumenti finanziari e meccanismi di governance dedicati.

Quando però si passa dal livello delle strategie e delle dichiarazioni a quello dell’attuazione concreta, emergono differenze ancora marcate tra gli Stati membri. Tali differenze non riguardano soltanto la presenza o l’assenza di strumenti normativi, ma soprattutto il grado di integrazione dell’economia sociale nelle politiche pubbliche, la disponibilità di strumenti finanziari adeguati, la capacità amministrativa delle istituzioni e il livello di maturità degli ecosistemi nazionali.

In questa prospettiva, gli Stati membri possono essere raggruppati, in via necessariamente semplificata, in tre categorie principali.

Paesi con sistemi consolidati

Un primo gruppo comprende gli Stati membri nei quali l’economia sociale rappresenta da tempo una componente strutturale del sistema economico e sociale.

In questi Paesi il settore beneficia di un quadro normativo relativamente stabile, di forme consolidate di rappresentanza istituzionale, di strumenti finanziari dedicati e di una presenza significativa nelle politiche di sviluppo territoriale, occupazione, welfare e innovazione sociale.

Rientrano in questa categoria Paesi come Spagna, Francia, Italia, Belgio, Portogallo, Irlanda e Finlandia. Pur con differenze significative tra loro, tali esperienze condividono una lunga tradizione cooperativa, mutualistica e associativa e un elevato livello di istituzionalizzazione dell’economia sociale.

È significativo osservare che alcuni di questi Paesi stanno ancora elaborando nuove strategie nazionali o aggiornando quelle esistenti. Ciò conferma che il grado di maturità di un ecosistema non coincide necessariamente con l’esistenza di una strategia formalmente adottata, ma dipende da processi di sviluppo consolidati nel tempo.

Paesi in fase di transizione

Un secondo gruppo comprende gli Stati membri che negli ultimi anni hanno registrato progressi significativi, spesso proprio in risposta agli stimoli provenienti dalle iniziative europee e dal Piano d’azione.

In questi contesti si osservano importanti avanzamenti sul piano normativo e strategico: nuove strategie nazionali, definizioni giuridiche più precise, strutture di governance dedicate e una crescente attenzione all’economia sociale nelle politiche pubbliche.

Tuttavia, il sistema nel suo complesso risulta ancora in fase di consolidamento. Le politiche di sostegno appaiono spesso frammentarie, gli strumenti finanziari e operativi non sono ancora pienamente sviluppati e il radicamento territoriale del settore rimane disomogeneo.

Possono essere ricondotti a questo gruppo Germania, Grecia, Polonia, Slovenia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Lettonia, Croazia, Bulgaria, Romania, Lituania, Malta, Cipro e Lussemburgo.

Si tratta di Paesi nei quali il Piano d’azione europeo ha esercitato un evidente effetto di accelerazione, contribuendo alla costruzione di ecosistemi più strutturati ma ancora lontani dal livello di integrazione osservabile nei Paesi con maggiore tradizione.

Paesi con approccio ancora frammentato

Un terzo gruppo comprende gli Stati membri nei quali l’economia sociale non è ancora sostenuta da un quadro strategico e istituzionale organico.

In questi contesti il riconoscimento del settore rimane parziale, le misure di sostegno risultano episodiche o settoriali e manca spesso una governance specificamente dedicata. Le difficoltà riguardano non soltanto la disponibilità di strumenti, ma anche la capacità amministrativa di promuovere politiche coerenti e di lungo periodo.

Rientrano in questa categoria Danimarca, Estonia, Ungheria, Paesi Bassi, Austria e Svezia, che alla data della revisione intermedia non disponevano né di una strategia nazionale dedicata né di iniziative strutturate in fase avanzata di preparazione.

Benchmark UE dell’economia sociale: confronto tra Paesi con sistemi consolidati, in transizione e frammentati secondo la revisione intermedia del Piano d’azione europeo per l’economia sociale (2026).

Questa articolazione mette in evidenza uno degli aspetti centrali emersi dalla revisione intermedia: la costruzione di un quadro europeo comune per l’economia sociale è ormai in una fase avanzata, ma la sua traduzione in politiche efficaci, pratiche amministrative e dinamiche di mercato continua a dipendere in larga misura dai contesti nazionali.

In altri termini, l’Unione europea è riuscita a promuovere una crescente convergenza sul piano dei principi, delle definizioni e degli obiettivi strategici. Ciò che resta profondamente differenziato è invece la capacità degli Stati membri di trasformare tale cornice comune in strumenti operativi, istituzioni funzionanti e opportunità concrete per gli attori dell’economia sociale.

È proprio in questo passaggio dalla strategia all’implementazione che si concentrano le principali criticità ancora evidenziate dalla Commissione e dagli stakeholder del settore, alle quali è dedicata la sezione seguente.

4. I nodi strutturali dell’attuazione

Se il benchmark tra Stati membri evidenzia la distanza tra convergenza formale e risultati effettivi, l’analisi della revisione intermedia e del documento di lavoro consente di individuare con maggiore precisione le cause di tale divario.

Non si tratta, nella maggior parte dei casi, di una carenza di strumenti normativi. Al contrario, l’Unione europea ha progressivamente costruito un quadro articolato che, almeno in linea di principio, consente di sostenere lo sviluppo dell’economia sociale in diversi ambiti. Il problema risiede piuttosto nella difficoltà di attivare tali strumenti in modo coerente ed efficace.

In questa prospettiva, emergono alcuni nodi strutturali, che corrispondono in larga misura agli ambiti già analizzati nei precedenti contributi.

Appalti pubblici: un potenziale ancora poco utilizzato

Come evidenziato nell’articolo dedicato all’accesso al mercato degli appalti pubblici, la normativa europea offre già strumenti significativi per valorizzare l’economia sociale, attraverso l’introduzione di criteri qualitativi, clausole sociali e procedure riservate.

Tuttavia, la revisione intermedia conferma che tali strumenti sono ancora utilizzati in misura limitata. Nella prassi amministrativa continua a prevalere il ricorso a criteri basati sul prezzo, mentre l’integrazione di obiettivi sociali negli appalti incontra ostacoli legati alla complessità delle procedure e alla mancanza di competenze specifiche.

Ne deriva che uno degli ambiti teoricamente più promettenti per lo sviluppo dell’economia sociale rimane, di fatto, sottoutilizzato.

Aiuti di Stato: un quadro complesso e di difficile applicazione

Un secondo nodo riguarda l’utilizzo delle regole sugli aiuti di Stato, già analizzato in un contributo specifico.

Sebbene il diritto dell’Unione consenta, in determinate condizioni, di sostenere attività di interesse generale, la sua applicazione concreta risulta spesso complessa. Le amministrazioni nazionali e locali incontrano difficoltà nel qualificare correttamente gli interventi e nel valutare la compatibilità delle misure con il quadro europeo.

Questa incertezza tende a tradursi in un atteggiamento prudenziale, che limita il ricorso a strumenti potenzialmente utili per il sostegno all’economia sociale.

Servizi di interesse economico generale: un utilizzo disomogeneo

Un discorso analogo vale per la disciplina dei servizi di interesse economico generale (SIEG), che rappresenta un ulteriore canale attraverso cui gli Stati membri possono sostenere attività con finalità sociali.

Come già evidenziato in un precedente articolo, il quadro europeo offre margini di intervento significativi, in particolare per i servizi sociali di interesse generale. Tuttavia, la revisione intermedia mostra come l’utilizzo di tali strumenti sia fortemente disomogeneo tra i diversi Paesi, riflettendo differenze sia nelle tradizioni amministrative sia nella capacità di progettare e gestire interventi complessi.

Accesso alla finanza: un ecosistema ancora incompleto

Accanto a questi ambiti, la revisione intermedia individua con maggiore chiarezza un ulteriore nodo, relativo all’accesso ai finanziamenti.

Nonostante la disponibilità di strumenti europei e nazionali, l’ecosistema finanziario dell’economia sociale rimane ancora poco sviluppato. Le organizzazioni del settore incontrano difficoltà nell’accesso a capitali adeguati alle diverse fasi del loro ciclo di vita, in particolare nelle fasi di crescita e di consolidamento.

A ciò si aggiungono la limitata presenza di intermediari finanziari specializzati e la difficoltà di attrarre investimenti privati, anche a causa delle specificità dei modelli organizzativi e della necessità di conciliare sostenibilità economica e finalità sociali.

Nel loro insieme, questi elementi evidenziano un punto di fondo: l’esistenza di un quadro normativo favorevole non è di per sé sufficiente a garantire lo sviluppo dell’economia sociale.

Il funzionamento effettivo degli strumenti dipende, in larga misura, dalla capacità delle amministrazioni pubbliche di utilizzarli, dal grado di coordinamento tra livelli di governo e dalla presenza di ecosistemi economici e finanziari in grado di sostenerne l’attuazione.

È proprio questa dimensione operativa – spesso meno visibile ma decisiva – a spiegare perché i progressi registrati sul piano formale non si traducano ancora in effetti pienamente percepibili sul funzionamento del mercato e sulle opportunità di crescita del settore.

5. Focus Italia: un sistema avanzato ma non pienamente efficace

Nel quadro europeo delineato dalla revisione intermedia, l’Italia occupa una posizione peculiare. Da un lato, si colloca tra i Paesi con il livello più avanzato di riconoscimento e strutturazione dell’economia sociale; dall’altro, presenta alcune criticità che ne limitano il pieno sviluppo operativo, in linea con dinamiche osservabili, seppure con intensità diversa, anche in altri Stati membri.

Punti di forza: un quadro normativo e una tradizione consolidata

Sotto il profilo normativo, l’Italia dispone di uno dei sistemi più articolati in Europa. La riforma del Terzo settore, avviata con il decreto legislativo 3 luglio 2017, n. 117 (Codice del Terzo settore) e completata con il decreto legislativo 3 luglio 2017, n. 112 in materia di impresa sociale, ha contribuito a definire un quadro giuridico relativamente chiaro e sistematico.

A questo si aggiunge una lunga tradizione cooperativa e mutualistica, che rappresenta un elemento distintivo del contesto italiano e che ha favorito nel tempo la diffusione di modelli organizzativi riconducibili all’economia sociale.

Sul piano istituzionale, inoltre, si registra un progressivo rafforzamento del riconoscimento del settore, anche attraverso strumenti di rappresentanza, forme di dialogo con le amministrazioni pubbliche e politiche di sostegno dedicate.

Nel loro insieme, questi elementi collocano l’Italia tra i Paesi che, nel benchmark europeo, possono essere considerati dotati di un sistema consolidato.

Criticità: attuazione, capacità amministrativa e accesso al mercato

Tuttavia, come evidenziato anche dalla revisione intermedia, il livello di sviluppo normativo non si traduce automaticamente in un’efficace attuazione.

Una prima criticità riguarda proprio la fase applicativa delle riforme. L’attuazione del quadro normativo del Terzo settore ha incontrato, negli ultimi anni, ritardi e difficoltà, legati in parte alla complessità delle disposizioni e in parte alla necessità di coordinamento tra diversi livelli di governo.

A ciò si aggiunge il tema della capacità amministrativa. Le amministrazioni pubbliche, in particolare a livello locale, non sempre dispongono delle competenze e degli strumenti necessari per utilizzare in modo pieno le opportunità offerte dal diritto dell’Unione europea e dalla normativa nazionale. Questo limite incide direttamente su ambiti cruciali come gli appalti pubblici, l’utilizzo degli strumenti previsti per i servizi di interesse economico generale e l’accesso ai finanziamenti.

Un ulteriore elemento riguarda l’integrazione dell’economia sociale nei meccanismi di mercato. Nonostante il riconoscimento istituzionale e il peso economico del settore, le organizzazioni italiane continuano a incontrare difficoltà nell’accesso ai mercati, in particolare per quanto riguarda la partecipazione alle gare pubbliche e l’inserimento nelle catene del valore.

In questo senso, il caso italiano riflette una dinamica più generale osservata a livello europeo: la presenza di un quadro normativo avanzato e di una forte tradizione non è di per sé sufficiente a garantire un pieno sviluppo del settore, se non è accompagnata da una capacità operativa adeguata e da un’effettiva integrazione nelle politiche economiche.

Un posizionamento intermedio nel contesto europeo

Alla luce di questi elementi, l’Italia può essere collocata tra i Paesi con sistemi consolidati, ma con margini di miglioramento significativi sul piano dell’attuazione.

Rispetto ad altri Stati membri con tradizioni analoghe, il punto di forza italiano resta la profondità del quadro normativo e la diffusione del settore sul territorio. Al tempo stesso, le criticità riscontrate – in particolare sul versante amministrativo e dell’accesso al mercato – evidenziano la necessità di rafforzare il passaggio dalla regolazione alla pratica.

In questa prospettiva, il caso italiano appare particolarmente significativo: esso dimostra come la sfida principale per l’economia sociale europea non sia più la definizione di regole, ma la loro effettiva implementazione in contesti complessi e multilivello.

6. Il punto chiave: che cosa cambia con la revisione intermedia

La revisione intermedia del Piano d’azione per l’economia sociale non si limita a fornire una valutazione dei risultati conseguiti. Il suo contributo più rilevante consiste nel ridefinire, in modo esplicito, le priorità e l’impostazione della fase successiva della politica europea in questo ambito.

In altri termini, il documento della Commissione non guarda soltanto al passato, ma orienta il futuro, segnando un’evoluzione significativa rispetto all’approccio adottato nel 2021 e consolidato con la Raccomandazione del 2023.

Questa evoluzione può essere letta attraverso alcune direttrici fondamentali.

Dalla promozione all’integrazione

Un primo elemento di discontinuità riguarda il posizionamento stesso dell’economia sociale all’interno delle politiche dell’Unione.

Nella fase iniziale, l’obiettivo principale era la promozione del settore, attraverso il riconoscimento del suo ruolo sociale e l’adozione di misure di sostegno. La revisione intermedia segna, invece, un passaggio verso una logica diversa, in cui l’economia sociale è progressivamente integrata nelle politiche economiche generali.

Più che una discontinuità, la revisione intermedia sembra rappresentare un ampliamento della prospettiva originaria. L’obiettivo non è più soltanto promuovere e sostenere l’economia sociale, ma integrarla progressivamente nelle politiche europee per competitività, resilienza, innovazione e mercato unico, preservandone al contempo le caratteristiche distintive e la funzione sociale.

In particolare, essa viene esplicitamente collegata a temi quali la competitività, il funzionamento del mercato unico e l’autonomia strategica dell’Unione. Questo spostamento è rilevante, perché implica che l’economia sociale non è più considerata un ambito separato o residuale, ma una componente a pieno titolo dell’economia europea.

Questa evoluzione non nasce tuttavia con la revisione intermedia. Già nell’ambito della Strategia industriale europea aggiornata, la Commissione aveva incluso l’ecosistema “Prossimità ed economia sociale” tra i 14 ecosistemi industriali dell’Unione europea. La revisione intermedia conferma e consolida questa impostazione, collocando l’economia sociale non soltanto tra gli strumenti delle politiche sociali e di coesione, ma anche tra gli attori che contribuiscono alla competitività, alla resilienza territoriale e alle transizioni europee.

Il rafforzamento degli strumenti operativi

Un secondo asse riguarda il rafforzamento degli strumenti a disposizione degli Stati membri e degli operatori.

La revisione intermedia evidenzia la necessità di migliorare le condizioni di accesso ai finanziamenti, sviluppare ecosistemi di supporto più strutturati e, soprattutto, rafforzare la capacità amministrativa. Quest’ultimo aspetto emerge come uno dei fattori determinanti per il successo delle politiche: senza amministrazioni in grado di utilizzare efficacemente gli strumenti disponibili, anche il quadro normativo più avanzato rischia di rimanere in larga parte inattuato.

In questa prospettiva, l’attenzione si sposta dagli strumenti in sé alle condizioni che ne rendono possibile l’utilizzo.

La centralità dei dati e della misurazione

Un ulteriore elemento di novità è rappresentato dalla crescente attenzione alla disponibilità di dati e alla misurazione dell’impatto.

La revisione intermedia sottolinea come la mancanza di statistiche comparabili e di indicatori condivisi rappresenti un limite significativo per lo sviluppo delle politiche. Senza una base informativa solida, risulta infatti difficile valutare i risultati, orientare gli interventi e integrare l’economia sociale nelle politiche economiche più ampie.

Di conseguenza, il rafforzamento dei sistemi di raccolta e analisi dei dati diventa una priorità, non solo sul piano conoscitivo, ma anche come strumento di policy.

Il ruolo crescente dei territori

Infine, la revisione intermedia attribuisce un rilievo crescente al livello territoriale.

Le politiche per l’economia sociale, pur definite a livello europeo e nazionale, trovano la loro attuazione concreta soprattutto a livello locale. È in questo ambito che si sviluppano le reti tra attori, si realizzano i progetti e si sperimentano modelli innovativi.

La Commissione evidenzia come il rafforzamento delle capacità delle autorità locali e regionali sia essenziale per migliorare l’efficacia complessiva delle politiche. Ciò implica una maggiore attenzione al coordinamento multilivello e all’integrazione tra strumenti europei, nazionali e territoriali.

Nel loro insieme, queste direttrici delineano un cambiamento di approccio significativo. L’economia sociale non è più oggetto esclusivo di politiche di promozione, ma diventa parte integrante delle strategie europee per la crescita, la competitività e la coesione.

Questo passaggio rappresenta il punto di snodo tra la fase di costruzione del quadro normativo e quella, più complessa, della sua piena integrazione nel funzionamento del mercato unico.

7. Le prospettive: verso una seconda fase della politica europea

Alla luce degli elementi emersi dalla revisione intermedia, appare possibile individuare una linea di evoluzione delle politiche europee per l’economia sociale che va oltre la fase iniziale di costruzione del quadro normativo.

Se il periodo successivo al Piano d’azione del 2021 è stato caratterizzato dalla definizione di principi comuni, strumenti di policy e indirizzi per gli Stati membri, la fase che si apre sembra orientata a un obiettivo diverso: rendere tali strumenti effettivamente operativi e integrarli nel funzionamento complessivo dell’economia europea.

In questa prospettiva, si può parlare di una vera e propria “seconda fase” della politica europea per l’economia sociale.

Una fase centrata sull’attuazione

Il primo elemento che caratterizza questa evoluzione è il passaggio da una logica incentrata sulla produzione di norme e indirizzi a una maggiore attenzione per l’attuazione.

La revisione intermedia mostra con chiarezza che il quadro di riferimento è ormai in larga parte definito. Ciò che manca è la capacità di tradurre tali indicazioni in pratiche amministrative diffuse, strumenti operativi efficaci e condizioni di mercato favorevoli.

Ne deriva un cambiamento di priorità: meno enfasi sull’elaborazione di nuovi atti e maggiore attenzione al funzionamento concreto delle politiche esistenti.

Una maggiore integrazione nel mercato

Un secondo elemento riguarda il rapporto con il mercato unico.

Come emerge dall’analisi della Commissione, lo sviluppo dell’economia sociale non può più essere considerato separatamente rispetto alle dinamiche economiche generali. La sua crescita dipende, in misura crescente, dalla capacità di accedere ai mercati, di partecipare alle catene del valore e di interagire con le imprese tradizionali.

In questo senso, l’integrazione dell’economia sociale nel mercato unico diventa una priorità strategica. Ciò implica non solo la rimozione degli ostacoli esistenti, ma anche l’adattamento degli strumenti di policy affinché tengano conto delle specificità del settore senza isolarlo dal contesto economico generale.

Una crescente attenzione alla competitività

Un ulteriore sviluppo riguarda il progressivo avvicinamento dell’economia sociale alle politiche per la competitività.

La revisione intermedia segnala come il settore possa contribuire non solo agli obiettivi di inclusione e coesione, ma anche alla resilienza economica, alla transizione verde e allo sviluppo territoriale. In questa prospettiva, l’economia sociale tende a essere integrata in politiche più ampie, che includono innovazione, sviluppo industriale e sostenibilità.

Questo spostamento comporta un cambiamento di prospettiva: l’economia sociale non è più soltanto oggetto di politiche dedicate, ma diventa parte delle strategie economiche dell’Unione.

Possibili sviluppi futuri

Pur senza anticipare interventi normativi specifici, la revisione intermedia lascia intravedere alcune possibili direttrici di sviluppo.

In primo luogo, è plausibile un rafforzamento degli strumenti finanziari, sia attraverso un migliore utilizzo dei programmi esistenti sia mediante lo sviluppo di strumenti più mirati alle esigenze del settore.

In secondo luogo, si può prevedere una maggiore integrazione dell’economia sociale nei programmi europei di natura economica e industriale, in linea con il crescente riconoscimento del suo ruolo nella competitività e nella resilienza.

Infine, non si può escludere, nel medio periodo, un’evoluzione verso strumenti più strutturati e, in alcuni ambiti, potenzialmente più vincolanti, qualora l’attuazione delle raccomandazioni dovesse rivelarsi insufficiente a ridurre le divergenze tra Stati membri.

L’economia sociale come banco di prova del mercato unico

Nel loro insieme, questi elementi consentono di collocare l’economia sociale all’interno di una dinamica più ampia, che riguarda il funzionamento stesso del mercato unico.

L’integrazione di modelli economici caratterizzati da finalità sociali e da forme di governance diverse rispetto all’impresa tradizionale rappresenta, infatti, una sfida significativa per l’Unione europea. Essa richiede la capacità di adattare strumenti giuridici e politiche economiche a una pluralità di modelli, senza compromettere l’unità del mercato.

In questo senso, l’economia sociale può essere letta come un banco di prova della capacità dell’Unione di coniugare integrazione economica e diversità dei modelli organizzativi.

La revisione intermedia conferma, in definitiva, che il problema dell’economia sociale europea non è più l’assenza di strategie, ma la capacità di integrarle nel funzionamento concreto del mercato unico.

Letta in questa prospettiva, la revisione intermedia può essere interpretata anche come un’indicazione preliminare delle priorità che potrebbero caratterizzare il prossimo Quadro finanziario pluriennale 2028-2034. Se questa lettura è corretta, la questione centrale per le organizzazioni dell’economia sociale non sarà tanto l’attesa di nuove regole quanto il rafforzamento delle capacità operative necessarie per utilizzare in modo efficace gli strumenti europei: accesso ai mercati, capacità amministrativa, misurazione dell’impatto e costruzione di ecosistemi territoriali.

ACCESSO DIRETTO ALLE FONTI DI INFORMAZIONE:


Approfondimenti sul mercato unico dell’Unione europea

Nuova strategia UE sul mercato unico:
29 maggio 2026 – Mercato unico europeo: dalla strategia 2025 alla roadmap 2026. Verso un’attuazione vincolata entro il 2027

Economia sociale:
20 dicembre 2023 – Economia sociale e norme UE sui servizi di interesse economico generale
22 dicembre 2023 – Economia sociale e regole UE sugli aiuti di Stato alle imprese
15 dicembre 2023 – Economia sociale e accesso al mercato degli appalti pubblici
8 dicembre 2023 – Raccomandazione UE 2023 sullo sviluppo dell’economia sociale
13 ottobre 2023 – ECBA: la proposta 2023 di una struttura giuridica per le associazioni Non Profit in Europa