Dopo l’Agenda urbana, Bruxelles lancia le strategie per isole e coste: un altro passo verso la coesione post-2027.

Introduzione

A poco più di due mesi dalla presentazione dell’Agenda UE per le città, la Commissione europea compie un nuovo passo nella costruzione di una politica territoriale più articolata e differenziata. Il 10 giugno 2026 ha adottato due nuove strategie dedicate, rispettivamente, alle isole e alle comunità costiere, inaugurando per la prima volta un quadro strategico europeo specificamente rivolto a questi territori.

A una prima lettura, potrebbe sembrare l’ennesima iniziativa settoriale destinata ad affiancarsi alle numerose strategie già esistenti. In realtà, osservate nel contesto del dibattito sul Quadro finanziario pluriennale 2028-2034 e sulla riforma della politica di coesione, le due Comunicazioni assumono un significato ben più ampio.

Le strategie per le isole e per le comunità costiere non introducono nuovi fondi né nuovi programmi autonomi. Propongono, invece, un approccio che punta a integrare obiettivi, strumenti finanziari e governance attorno alle esigenze di specifiche categorie territoriali. Città, isole, aree costiere, regioni ultraperiferiche e territori interessati dalla futura strategia sul “diritto a restare” sembrano così diventare i tasselli di una nuova geografia delle politiche europee.

La novità non riguarda soltanto la coesione economica, sociale e territoriale. Nelle nuove strategie trovano spazio temi tradizionalmente associati ad altri ambiti di intervento dell’Unione: competitività, sicurezza, difesa, resilienza energetica, adattamento climatico, accesso alla casa, gestione delle frontiere, tutela delle infrastrutture critiche. La dimensione territoriale diventa così uno degli strumenti attraverso cui l’Unione europea cerca di affrontare le grandi trasformazioni economiche, ambientali e geopolitiche del prossimo decennio.

Per questo motivo le due Comunicazioni meritano attenzione ben oltre gli interessi delle comunità insulari e costiere. Esse offrono infatti alcune indicazioni preziose sulla direzione che la Commissione sembra voler imprimere alla futura architettura della politica di coesione e, più in generale, all’organizzazione territoriale degli interventi europei nel periodo 2028-2034.

1. Dalle città alle isole e alle coste: prende forma una nuova agenda territoriale europea

Quando, nell’aprile scorso, la Commissione europea ha presentato la nuova Agenda UE per le città, abbiamo osservato come quell’iniziativa potesse rappresentare qualcosa di più di un semplice aggiornamento delle politiche urbane. In un momento in cui Bruxelles sta definendo l’architettura del Quadro finanziario pluriennale 2028-2034 e della futura politica di coesione, il ritorno della dimensione territoriale appariva infatti come un segnale da non sottovalutare.

Le strategie adottate il 10 giugno 2026 per le isole e per le comunità costiere sembrano oggi confermare questa lettura. La loro presentazione a poche settimane di distanza dall’Agenda urbana difficilmente può essere considerata una coincidenza. Al contrario, la successione degli interventi suggerisce l’esistenza di un disegno più ampio che punta a riconoscere il ruolo di specifiche categorie territoriali all’interno delle grandi priorità dell’Unione.

Le tre iniziative condividono, infatti, alcuni elementi essenziali. In primo luogo, l’adozione di un approccio fortemente place-based, fondato sul riconoscimento delle caratteristiche, dei vincoli e delle opportunità proprie di ciascun territorio. In secondo luogo, la convinzione che le sfide della competitività, della transizione verde e digitale, della sicurezza, della resilienza climatica e della coesione sociale non possano essere affrontate attraverso strumenti uniformi validi per tutti i contesti. Infine, il richiamo costante alla necessità di una governance multilivello che coinvolga istituzioni europee, Stati membri, regioni, città e comunità locali.

Non meno significativo è il fatto che le due nuove strategie non siano presentate come iniziative isolate. La Strategia per le isole richiama esplicitamente la futura strategia per le regioni ultraperiferiche, la strategia sul “diritto a restare” e la futura strategia europea per il turismo sostenibile. Allo stesso modo, la Strategia per le comunità costiere si colloca all’interno dell’European Ocean Pact e si collega a una più ampia revisione degli strumenti di governance marittima e territoriale dell’Unione.

Si delinea così una sorta di mosaico territoriale europeo che affianca alle tradizionali politiche settoriali una crescente attenzione ai luoghi. Non si tratta soltanto di riconoscere specificità geografiche o amministrative. Città, isole, comunità costiere e regioni ultraperiferiche vengono progressivamente considerate come territori strategici per la competitività europea, la sicurezza, la resilienza climatica, la transizione energetica e la qualità della vita.

È ancora prematuro parlare di una nuova Agenda territoriale dell’Unione in senso formale. Tuttavia, l’accumulazione di iniziative dedicate a specifiche categorie territoriali e il loro esplicito collegamento con il futuro ciclo di programmazione finanziaria suggeriscono che la Commissione stia costruendo qualcosa che va oltre singole strategie tematiche. La vera domanda diventa, quindi, un’altra: stiamo assistendo alla nascita di una nuova generazione di politiche territoriali europee, destinata a ridefinire il ruolo del territorio nella governance dell’Unione dopo il 2027?

2. Dalla coesione alla competitività: il ritorno dei territori nelle politiche europee

Le strategie per le isole e per le comunità costiere non si limitano a descrivere fragilità territoriali o bisogni di sviluppo locale. Il loro elemento più interessante è un altro: entrambe collocano questi territori dentro le grandi priorità strategiche dell’Unione europea. Competitività, innovazione, transizione energetica, economia blu, connettività e investimenti infrastrutturali diventano parte integrante del discorso sulla coesione territoriale.

È un passaggio rilevante. Per molti anni la politica di coesione è stata letta, soprattutto, come politica redistributiva, finalizzata a ridurre i divari economici e sociali tra regioni. Questa funzione resta essenziale e continua a trovare fondamento nei Trattati. Tuttavia, nelle nuove strategie emerge una logica più ampia: i territori non sono soltanto destinatari di sostegno, ma piattaforme attraverso cui l’Unione può rafforzare la propria competitività, accelerare la transizione verde e digitale, consolidare filiere produttive strategiche e migliorare la propria autonomia.

Nel caso delle isole, il punto di partenza è il riconoscimento del costo dell’insularità. La Commissione richiama il peso aggiuntivo che deriva dalla distanza geografica, dalla frammentazione territoriale, dalla minore accessibilità e dalle economie di scala più ridotte. Trasporti più costosi, servizi pubblici più onerosi, difficoltà di connessione e pressione abitativa non sono presentati come semplici svantaggi locali, ma come fattori che incidono sulla capacità delle isole di partecipare pienamente al mercato unico e alla competitività europea.

Per questo la Strategia per le isole insiste su connettività, reti digitali, porti, collegamenti marittimi, interconnessioni energetiche e strumenti di sostegno agli investimenti. La questione non è solo garantire servizi essenziali alle comunità insulari. È anche evitare che una parte significativa del territorio europeo resti ai margini delle catene del valore, dell’innovazione, della transizione energetica e delle nuove opportunità industriali.

La stessa logica attraversa la Strategia per le comunità costiere. Qui il tema centrale è la blue economy, intesa non come settore di nicchia, ma come componente della competitività europea. Pesca, acquacoltura, turismo costiero, porti, cantieristica, energie rinnovabili offshore, biotecnologie marine, dati oceanici e innovazione digitale vengono ricondotti a un unico quadro strategico. Le coste diventano luoghi in cui si incrociano industria, ambiente, ricerca, logistica, energia e sicurezza.

In questa prospettiva, i porti assumono un ruolo particolarmente significativo. Non sono soltanto infrastrutture di trasporto, ma nodi industriali, energetici e logistici. Sono essenziali per la competitività europea, per la sicurezza degli approvvigionamenti, per lo sviluppo delle energie rinnovabili offshore, per la decarbonizzazione del trasporto marittimo e per la resilienza delle catene del valore. Il territorio costiero diventa così una piattaforma strategica, non semplicemente uno spazio fragile da proteggere.

Questo spostamento di prospettiva è importante anche in vista del Quadro finanziario pluriennale 2028-2034. Le due strategie non propongono la creazione di nuovi fondi autonomi per isole e coste. Indicano piuttosto la necessità di coordinare strumenti diversi: politica di coesione, Connecting Europe Facility, InvestEU, strumenti della Banca europea per gli investimenti, programmi per ricerca e innovazione, fondi marittimi e, in prospettiva, il futuro Fondo europeo per la competitività.

Il riferimento ai futuri National and Regional Partnership Plans (piani NRP) è, da questo punto di vista, decisivo. Se confermati nella nuova architettura del bilancio europeo, questi piani potrebbero diventare il luogo in cui le priorità territoriali saranno tradotte in pacchetti integrati di investimento. Non più soltanto programmi regionali costruiti per obiettivi di spesa, ma strategie territoriali capaci di collegare fabbisogni locali, priorità europee e strumenti finanziari diversi.

La coesione, dunque, non scompare. Al contrario, viene riformulata. Rimane politica di riduzione dei divari, ma diventa anche politica di mobilitazione del potenziale dei territori. La sfida sarà capire se questa evoluzione rafforzerà davvero l’approccio place-based o se finirà per subordinare la dimensione territoriale a una logica prevalentemente competitiva. È uno dei nodi più delicati del negoziato sul prossimo QFP.

3. Sicurezza, resilienza e autonomia strategica: la nuova dimensione territoriale dell’Unione

Se la centralità della competitività rappresenta una prima novità delle strategie per le isole e le comunità costiere, il vero elemento di discontinuità rispetto alle tradizionali politiche territoriali europee è probabilmente un altro: l’ingresso della sicurezza tra gli obiettivi espliciti delle strategie di sviluppo territoriale.

Per lungo tempo la politica di coesione e le politiche territoriali hanno operato in un ambito distinto rispetto alle competenze europee in materia di sicurezza e difesa. Le nuove strategie mostrano invece come questa separazione stia progressivamente venendo meno. I territori non sono più considerati soltanto spazi di sviluppo economico e sociale, ma anche componenti essenziali della resilienza e della sicurezza dell’Unione.

Nella Strategia per le isole il riferimento è particolarmente evidente. Le isole vengono descritte come territori che occupano una posizione strategica nell’architettura di sicurezza europea, dalle regioni baltiche fino al Mediterraneo. La loro collocazione geografica le rende punti sensibili per la protezione delle infrastrutture critiche, per la gestione delle frontiere esterne, per la continuità delle reti energetiche e digitali e per la risposta alle emergenze. Analogamente, la Strategia per le comunità costiere sottolinea come molte aree costiere siano esposte a minacce ibride, sabotaggi, attività criminali transfrontaliere e rischi derivanti dall’instabilità geopolitica che interessa gli spazi marittimi europei.

Il lessico utilizzato dalla Commissione è indicativo di questo cambiamento. Accanto ai tradizionali riferimenti alla coesione e allo sviluppo sostenibile compaiono concetti come preparedness, resilienza delle infrastrutture critiche, consapevolezza situazionale, protezione dei cavi sottomarini, sicurezza dei porti, mobilità militare e sicurezza marittima. Si tratta di temi che fino a pochi anni fa sarebbero stati difficilmente associati a strategie territoriali.

Particolarmente significativa è l’attenzione dedicata alle infrastrutture critiche. Le strategie richiamano esplicitamente la necessità di proteggere porti, reti energetiche, connessioni digitali e cavi sottomarini, la cui vulnerabilità è emersa con forza negli ultimi anni. Le isole, spesso collocate lungo i principali corridoi energetici e digitali dell’Unione, vengono considerate nodi essenziali per la continuità delle comunicazioni e degli approvvigionamenti europei. Lo stesso vale per molte aree costiere che ospitano infrastrutture strategiche per il commercio, l’energia e la logistica.

Anche il tema della mobilità militare compare in modo esplicito. La Strategia per le isole richiama gli investimenti nelle connessioni marittime e terrestri inserite nei corridoi della rete TEN-T e considerate rilevanti per la capacità europea di movimentare rapidamente uomini, mezzi e materiali. In questo modo, infrastrutture che tradizionalmente rientravano nelle politiche di trasporto e di coesione vengono progressivamente integrate nella più ampia agenda della sicurezza europea.

Non meno rilevante è il collegamento con la gestione delle frontiere e delle migrazioni. Le isole mediterranee sono descritte come punti di ingresso strategici nell’Unione e come territori che richiedono un maggiore coinvolgimento delle autorità regionali e locali nell’attuazione delle politiche migratorie europee. Anche in questo caso, la dimensione territoriale viene inserita all’interno di una visione più ampia che collega sviluppo, sicurezza e governance.

Questa evoluzione riflette una trasformazione più generale delle priorità dell’Unione. Le due strategie si collocano infatti nello stesso quadro politico in cui trovano spazio il Libro bianco sulla difesa europea, il piano ReArm Europe, la Preparedness Union Strategy, la Maritime Security Strategy e le iniziative per la protezione delle infrastrutture critiche. Pur appartenendo a politiche diverse, tutti questi strumenti condividono una medesima impostazione: rafforzare la capacità dell’Europa di prevenire, assorbire e gestire shock geopolitici, economici, climatici e tecnologici.

In questa prospettiva, isole e comunità costiere cessano di essere considerate soltanto territori periferici o svantaggiati. Diventano invece asset strategici dell’Unione. La loro resilienza non viene valutata soltanto in termini economici o sociali, ma anche come fattore di sicurezza collettiva.

È una trasformazione che potrebbe avere conseguenze importanti nel dibattito sul Quadro finanziario pluriennale 2028-2034. Se competitività e sicurezza sono destinate a diventare le due grandi priorità del prossimo bilancio europeo, le strategie per isole e coste mostrano come la dimensione territoriale possa diventare uno dei principali strumenti attraverso cui queste priorità verranno perseguite. La politica di coesione, tradizionalmente orientata alla riduzione dei divari, potrebbe così assumere un ruolo crescente anche nella costruzione della resilienza strategica dell’Unione.

4. Il diritto a restare: abitazione, servizi e qualità della vita

Accanto ai temi della competitività e della sicurezza, le strategie per le isole e per le comunità costiere evidenziano una terza dimensione destinata ad assumere un ruolo crescente nelle politiche territoriali europee: la qualità della vita delle persone e la capacità dei territori di mantenere popolazione, attività economiche e servizi essenziali.

Entrambe le Comunicazioni dedicano ampio spazio alle sfide demografiche che interessano molti territori europei. Spopolamento, invecchiamento della popolazione, emigrazione dei giovani, difficoltà di accesso ai servizi pubblici e crescente pressione sul mercato abitativo vengono descritti come fattori che rischiano di compromettere la sostenibilità sociale ed economica delle comunità insulari e costiere.

Particolarmente significativo è il rilievo attribuito alla questione abitativa. Nelle aree costiere e in molte isole europee la domanda di alloggi è influenzata da fenomeni quali il turismo, gli affitti di breve durata, le seconde case e gli investimenti immobiliari, con effetti spesso rilevanti sui prezzi e sulla disponibilità di abitazioni per i residenti. Per questo motivo entrambe le strategie richiamano gli strumenti recentemente proposti dalla Commissione, tra cui l’European Affordable Housing Plan, il futuro Affordable Housing Act e la Pan-European Investment Platform for Affordable and Sustainable Housing sviluppata in collaborazione con la Banca europea per gli investimenti.

La disponibilità di alloggi accessibili viene così considerata una condizione essenziale non soltanto per la coesione sociale, ma anche per la capacità dei territori di trattenere giovani, lavoratori qualificati e servizi essenziali. In questa prospettiva, la politica abitativa entra a pieno titolo tra gli strumenti di sviluppo territoriale.

La stessa logica emerge con riferimento ai servizi. Trasporti, istruzione, sanità, connettività digitale, formazione e opportunità professionali vengono presentati come elementi indispensabili per contrastare il declino demografico e rafforzare l’attrattività dei territori. La questione non riguarda soltanto il benessere individuale, ma la capacità delle comunità di mantenere una base economica e sociale sufficientemente solida da garantire il proprio sviluppo nel lungo periodo.

Questi temi assumono particolare interesse anche alla luce della consultazione pubblica avviata dalla Commissione europea in vista della futura Strategia europea sul diritto a restare (“Right to Stay Strategy”). Sebbene il contenuto della futura iniziativa sia ancora in fase di definizione, il processo avviato da Bruxelles segnala la crescente attenzione delle istituzioni europee verso le conseguenze territoriali dei cambiamenti demografici e delle disparità nell’accesso alle opportunità economiche e ai servizi.

Le strategie per le isole e per le comunità costiere sembrano inserirsi pienamente in questa riflessione. In entrambe emerge infatti una concezione della coesione territoriale che non si limita alla riduzione dei divari economici tra regioni, ma guarda alla capacità concreta dei territori di offrire condizioni di vita adeguate ai propri cittadini.

Da questo punto di vista, abitazione, servizi pubblici, mobilità, istruzione e accesso alle opportunità economiche non appaiono più come temi settoriali. Diventano componenti essenziali di una politica territoriale centrata sulle persone e sulla sostenibilità sociale delle comunità locali. È forse questo uno degli aspetti più innovativi delle nuove strategie: l’idea che la competitività e la resilienza dei territori dipendano anche dalla loro capacità di rimanere luoghi in cui vivere, lavorare e costruire il proprio futuro.

Conclusioni: che cosa ci dicono queste strategie sul QFP 2028-2034?

Al di là dei contenuti specifici dedicati alle isole e alle comunità costiere, il vero interesse delle due strategie riguarda ciò che esse anticipano sulla futura architettura delle politiche europee. Lette nella prospettiva del Quadro finanziario pluriennale 2028-2034, le due Comunicazioni offrono infatti alcune indicazioni significative sul modo in cui la Commissione sembra immaginare il futuro della politica di coesione e, più in generale, dell’intervento territoriale dell’Unione.

La prima osservazione riguarda ciò che le strategie non prevedono. Non vengono proposti nuovi fondi dedicati alle isole o alle comunità costiere. Non vengono create nuove linee di finanziamento autonome né nuove categorie di programmi europei. Al contrario, l’approccio scelto dalla Commissione punta chiaramente a valorizzare e coordinare strumenti già esistenti: politica di coesione, Connecting Europe Facility, InvestEU, fondi per la ricerca e l’innovazione, strumenti della Banca europea per gli investimenti, fondi marittimi e, in prospettiva, il futuro Fondo europeo per la competitività.

Questo orientamento appare coerente con il dibattito in corso sulla semplificazione del bilancio europeo. Più che moltiplicare programmi e strumenti, Bruxelles sembra voler costruire un quadro capace di integrare politiche diverse attorno a obiettivi strategici comuni.

La seconda indicazione riguarda il ruolo crescente del territorio come criterio di programmazione. Per molti anni la politica di coesione si è concentrata prevalentemente sulle categorie regionali definite in base al livello di sviluppo economico. Le nuove strategie suggeriscono invece una logica complementare, nella quale alcune tipologie territoriali — città, isole, comunità costiere, regioni ultraperiferiche e, potenzialmente, altri territori caratterizzati da specifiche vulnerabilità strutturali — assumono una rilevanza autonoma nella definizione delle priorità europee.

Non si tratta di sostituire la tradizionale classificazione delle regioni europee, ma di affiancarle una lettura più funzionale e più strategica dei territori. La competitività, la sicurezza, la transizione energetica, la resilienza climatica e la qualità della vita vengono sempre più interpretate attraverso le caratteristiche specifiche dei luoghi in cui tali sfide si manifestano.

È in questo contesto che assume particolare rilievo il riferimento ai futuri National and Regional Partnership Plans (NRPPs). Le due strategie li indicano come il principale strumento attraverso cui tradurre gli obiettivi territoriali in programmi di investimento concreti. Se questa impostazione verrà confermata nella proposta legislativa per il QFP 2028-2034, i piani di partenariato potrebbero diventare il luogo di integrazione tra priorità europee, strategie territoriali e strumenti finanziari.

Si tratterebbe di un cambiamento importante. La programmazione non sarebbe più organizzata esclusivamente per fondi o per settori di intervento, ma sempre più attorno a strategie territoriali integrate capaci di combinare risorse provenienti da fonti diverse per rispondere alle esigenze di specifici territori.

Da questo punto di vista, le strategie per le isole e per le comunità costiere sembrano indicare l’emergere di una politica di coesione al tempo stesso più selettiva e più territoriale. Più selettiva, perché concentra l’attenzione su territori considerati strategici per il raggiungimento degli obiettivi dell’Unione. Più territoriale, perché riconosce che le grandi transizioni europee assumono forme diverse a seconda dei contesti locali e richiedono quindi risposte differenziate.

Naturalmente resta ancora aperta una questione fondamentale. Le strategie oggi disponibili delineano una visione politica, ma non chiariscono ancora quale sarà il peso effettivo della dimensione territoriale nella futura architettura finanziaria dell’Unione. Molto dipenderà dalle proposte legislative sul QFP, dalle risorse che saranno effettivamente disponibili e dal ruolo che verrà attribuito ai nuovi piani di partenariato.

Una cosa, tuttavia, appare già evidente. Dopo l’Agenda UE per le città, la Strategia per le isole e quella per le comunità costiere, la dimensione territoriale è tornata stabilmente al centro del dibattito europeo. La domanda che si pone oggi non è più se l’Unione debba adottare politiche differenziate per i diversi territori, ma quale forma assumerà questa nuova stagione di interventi.

Siamo davvero all’inizio di una nuova Agenda territoriale europea destinata ad accompagnare il ciclo finanziario 2028-2034? Le risposte arriveranno nei prossimi mesi. Le strategie presentate dalla Commissione suggeriscono però che questa ipotesi non possa più essere considerata soltanto una suggestione interpretativa, ma una possibilità concreta che merita di essere osservata con grande attenzione.

ACCESSO DIRETTO ALLE FONTI DI INFORMAZIONE:

Altri atti e i documenti ufficiali citati in questo articolo sono disponibili nella sezione Speciale QFP 2028–2034 denominata “Atti“.


Approfondimenti sui quadri finanziari pluriennali (QFP) dell’Unione europea:

Tutti gli articoli della serie speciale dedicata al quadro finanziario pluriennale UE 2028-2034 sono disponibili nella pagina del blog denominata “Analisi” alla quale si rinvia.