Un piano europeo di monitoraggio per l’economia circolare

2 febbraio 2018 di Mauro Varotto

L’economia circolare è un modello di sviluppo economico fondato sulla sostenibilità ambientale di ciò che viene prodotto e consumato.

L’Unione europea, che mira alla graduale realizzazione di tale modello di sviluppo per assicurare un avvenire alle future generazioni, definisce l’economia circolare come:

“un’economia in cui il valore dei prodotti, dei materiali e delle risorse è mantenuto quanto più a lungo possibile e la produzione di rifiuti è ridotta al minimo”.

 

Il nuovo approccio dell’economia circolare

Per raggiungere questo ambizioso obiettivo, il 2 dicembre 2015 la Commissione europea ha presentato un “Piano d’azione per l’economia circolare”, che prevede una serie articolata e coordinata di interventi legislativi finalizzati a regolare l’intero ciclo di vita dei prodotti, “dalla culla alla tomba”, come si dice tra gli addetti ai lavori: il piano e il suo stato di attuazione sono stati presentati in un precedente articolo in questo blog.

Infatti, l’approccio dell’economia circolare riguarda, innanzitutto, le primissime fasi del ciclo di vita di un prodotto, poiché è evidente che sia la sua progettazione che la produzione incidono non solo sull’approvvigionamento e il consumo di materie prime e altre risorse, ma anche sulla generazione di rifiuti. In questo contesto, ad esempio, si colloca la problematica della cosiddetta “obsolescenza programmata” dei prodotti che l’ordinamento europeo vieta espressamente.

In secondo luogo, tale approccio interessa le fasi dell’acquisto e del consumo, poiché le scelte effettuate da centinaia di milioni di consumatori possono influire in maniera positiva o negativa sull’economia circolare: per esempio, sono fondamentali per evitare e/o per ridurre la produzione di rifiuti domestici.

Anche la fase di gestione dei rifiuti riveste un ruolo preminente nel sistema dell’economia circolare, perché determina il modo in cui è messa in pratica la cosiddetta “gerarchia dei rifiuti”, adottata nella legislazione dell’Unione europea, la quale, come è noto, stabilisce un ordine di priorità, assegnando il primo posto alla prevenzione, seguita dalla preparazione per il riutilizzo, riciclaggio, recupero di energia e, da ultimo, dallo smaltimento, a esempio, in discarica.

Infine, i rifiuti possono diventare anche una risorsa: reimmettere sul mercato i materiali riciclabili e favorire il riutilizzo dell’acqua, rende l’approvvigionamento di materie più sicuro perché le cosiddette “materie prime secondarie” possono essere scambiate e trasportate allo stesso modo delle materie prime primarie, provenienti da risorse minerarie tradizionali.

 

L’impatto dell’economia circolare sulle industrie europee

Questo è il contesto in cui si collocano le recenti proposte legislative della Commissione europea in materia di rifiuti, nonché lo stesso piano d’azione per la creazione di un’economia circolare, i quali prevedono obiettivi a lungo termine per ridurre il collocamento in discarica dei rifiuti, incrementarne sia la preparazione per il riutilizzo sia il riciclaggio, a partire dai rifiuti urbani e dai rifiuti di imballaggio.

Questi obiettivi non sono solo finalizzati a raggiungere, entro il 2030, gli obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite (in particolare, l’obiettivo n. 12 dell’Agenda volto a garantire modelli di consumo e produzione sostenibili), ma attuano anche la nuova strategia di politica industriale dell’Unione europea, presentata in un recente articolo, la quale sottolinea l’impatto che avrà il modello di economia circolare sull’industria europea, chiamata a una radicale trasformazione verso modelli più sostenibili ed efficienti di consumo delle risorse sempre più limitate, e non solo con la finalità di proteggere l’ambiente e di preservarlo per le generazioni future, ma anche di creare un vantaggio competitivo, generando importanti risparmi sui costi sostenuti dalle imprese.

In una parola, l’industria europea è chiamata ad adattarsi e a innovarsi costantemente, agevolando gli investimenti nelle nuove tecnologie e adottando cambiamenti prodotti dall’introduzione di una maggiore digitalizzazione e dalla transizione verso un’economia circolare e a basse emissioni di carbonio. Proprio su questi aspetti specifici, la Commissione europea ha di recente presentato una nuova serie di azioni, tra cui una strategia per il passaggio a un’economia circolare della plastica e un più rapido sviluppo della bioeconomia, attraverso la quale migliorare la produzione di risorse biologiche rinnovabili e la conversione di esse in prodotti a base biologica e in bioenergia.

 

Il monitoraggio dello stato di attuazione dell’economia circolare a livello nazionale

Nella transizione verso un’economia più circolare, risulta di fondamentale importanza monitorare le tendenze e i modelli principali, in modo da capire i progressi compiuti dai singoli Stati membri e valutare se hanno adottato misure sufficienti.

La Commissione europea, pertanto, ha elaborato un sistema di monitoraggio, disponibile on line, su un apposito sito WEB dell’Eurostat, dove è possibile conoscere, in tempo reale, per ciascuno dei Paesi membri dell’Unione europea, i progressi compiuti – e i ritardi – verso un modello di economia circolare.

Dieci indicatori, raggruppati attorno alle quattro fasi dell’economia circolare e  regolarmente aggiornati dalla Commissione europea, stabiliranno i casi di successo e le lacune nel raggiungimento degli obiettivi europei: 1) produzione e consumo, 2) gestione dei rifiuti, 3) materie prime secondarie e 4) competitività e innovazione.

Nella seguente tabella sono descritti gli indicatori.

 

I risultati del monitoraggio costituiranno la base per la definizione, a livello europeo, di nuove priorità per raggiungere l’obiettivo a lungo termine di un’economia circolare: non sono concepiti come uno strumento per i responsabili politici nazionali, ma soprattutto per ispirare e orientare i comportamenti di imprese e consumatori.

 

L’economia circolare oggi in Europa e in Italia

Infatti, la Commissione europea, assieme al quadro di monitoraggio, ha presentato anche le conclusioni relative alla situazione attuale a livello europeo e paese per paese.

Solo per fare degli esempi, e rinviando al sito Eurostat per approfondimenti, la produzione pro-capite di rifiuti urbani  è calata dell’8% tra il 2006 e il 2016, raggiungendo una media di 480 kg l’anno (in Italia, invece, è in aumento ed è superiore alla media europea: 486 kg l’anno per abitante).

Di difficile quantificazione la generazione di rifiuti alimentari poiché essi sono prodotti lungo l’intera catena del valore (durante la produzione e la distribuzione, nei negozi, nei ristoranti, nelle strutture di ristorazione e nelle case): secondo le stime preliminari di Eurostat, i rifiuti alimentari nell’Unione sono diminuiti tra il 2012 e il 2014, passando da 81 a 76 milioni di tonnellate (circa il 7%), ossia da 161 a 149 kg pro-capite (l’Italia non ha dati disponibili).

Tra il 2008 e il 2016 la percentuale di riciclaggio dei rifiuti urbani dell’Unione europea è aumentata, passando dal 37% al 46%. Cinque Stati membri riciclano oltre la metà dei rifiuti urbani, mentre alcuni si stanno avvicinando all’obiettivo di riciclaggio del 65% proposto dalla Commissione per il 2030; tuttavia, in cinque Stati membri la percentuale è ancora inferiore al 25%. In Italia la percentuale è del 43,5%, inferiore alla media europea.

Tra il 2008 e il 2015 anche la percentuale di riciclaggio dei rifiuti da imballaggio è aumentata, passando dal 62% al 66% (65,4% in Italia). L’aumento ha riguardato quasi tutti gli Stati membri, e nel 2015 quasi tutti gli Stati membri avevano raggiunto l’obiettivo del 55% fissato dalla Commissione europea per il 2008 (la stessa Commissione ha proposto due nuovi obiettivi:  il 65% entro il 2025 e il 75% entro il 2030).

Per gli imballaggi di plastica, il tasso medio di riciclaggio nell’Unione è notevolmente inferiore (40% a livello europeo; 38% in Italia), sebbene si registrino dei miglioramenti negli ultimi anni.

Nel 2016 il riciclaggio dei rifiuti organici nell’Unione europea è stato pari a 79 kg pro-capite (86 kg in Italia), il che equivale a un aumento del 23% rispetto al 2007.

Per quanto riguarda il riciclaggio dei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE), dai dati risulta che il livello di raccolta e riciclaggio varia notevolmente da uno Stato membro all’altro ed emerge un grande potenziale per migliorare l’efficienza delle risorse e ridurre la raccolta, il trattamento e la spedizione illegali. Nel 2015 solo quattro Stati membri hanno riciclato  oltre la metà delle apparecchiature elettriche ed elettroniche immesse sul mercato: in Italia, solo il 27,3%.

Infine, per i rifiuti da costruzione e demolizione, 20 Stati membri hanno riferito di aver già raggiunto l’obiettivo del 70% di riciclaggio  fissato per il 2020: l’Italia ha dichiarato di essere giunta al 97%, ma il dato considera anche il cosiddetto riempimento”, cioè l’utilizzo di rifiuti idonei ad essere recuperati a fini di bonifica in aree escavate o per interventi paesaggistici, pratica che non favorisce di certo l’economia circolare.

In conclusione, anche se in Europa resta molto da fare per realizzare un’economia circolare, tuttavia, la strada verso un’economia circolare è stata intrapresa con decisione da tutti gli Stati membri dell’Unione.

 

ACCESSO DIRETTO ALLE FONTI DI INFORMAZIONE:

Comunicazione della Commissione relativa al quadro di monitoraggio per l’economia circolare, doc. COM(2018) 29 del 16.1.2018

Comunicazione della Commissione, L’anello mancante – Piano d’azione dell’Unione europea per l’economia circolare,  doc. COM(2015) 614 del 2.12.2015

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