Qualcuno ricorderà uno degli slogan più fortunati della Apple delle origini: “Think different”. Faceva parte di una campagna pubblicitaria intitolata “The Crazy Ones” e l’annuncio pubblicitario recitava:

“Ecco i folli, gli anticonformisti, i ribelli, i piantagrane, e tutti coloro che vedono le cose in modo diverso. Costoro non amano le regole, specie i regolamenti, e non hanno alcun rispetto per lo status quo. Potete citarli, essere in disaccordo con loro, potete glorificarli o denigrarli, ma l’unica cosa che non potrete mai fare è ignorarli, perché riescono a cambiare le cose, perché fanno progredire l’umanità. E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, noi ne vediamo il genio. Perché solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.”

Il tema del pensare in maniera diversa, e non omologata, riveste una grande importanza nelle imprese, soprattutto in quelle di dimensioni più grandi, le quali possono creare danni a sé stesse, ai propri lavoratori e alla società in genere (alla responsabilità sociale di impresa ho dedicato un precedente articolo del mio blog).

Un consiglio di amministrazione di una impresa i cui membri hanno seguito un analogo percorso formativo e professionale, hanno la stessa origine geografica, la stessa età o sono dello stesso sesso, rischia di essere dominato da un “pensiero di gruppo”, unico e ristretto, che finisce per ostacolare la crescita dell’impresa stessa e, anzi, la danneggia, assieme all’ambiente in cui opera.

Infatti, l’omogeneità del gruppo di persone ai vertici di una impresa porta facilmente all’omologazione del pensiero e delle prassi aziendali e può contribuire a impedire che le decisioni dei dirigenti siano effettivamente messe in discussione, perché la mancanza di punti di vista, valori e competenze diversi rischia di smorzare il dibattito, di impoverire le idee e di scoraggiare la critica. Inoltre, l’omogeneità può rendere più difficile l’accettazione di idee innovative e frenare i necessari cambiamenti e adattamenti all’evoluzione dei mercati.

Per questi motivi, l’Unione europea, in una recente direttiva, si è preoccupata di aumentare la cosiddetta “diversità” nella composizione dei consigli di amministrazione delle grandi società europee quotate in borsa (quelle i cui destini hanno un maggiore impatto sulla vita dei lavoratori e dei clienti), al fine di assicurare una maggiore trasparenza e consentire un’efficace sorveglianza della dirigenza e una solida governance dell’impresa.

Secondo l’Unione europea, infatti, la diversità di competenze e di punti di vista dei membri degli organi di amministrazione, gestione e sorveglianza delle imprese è un valore che deve essere perseguito, perché favorisce una buona comprensione degli affari attuali e dei rischi e delle opportunità a lungo termine relativi all’attività aziendale; consente ai membri di tali organi di contestare in modo costruttivo le decisioni adottate dalla dirigenza e di essere più aperti alle idee innovative, lottando così contro l’omologazione delle opinioni dei membri, il cosiddetto fenomeno del “pensiero di gruppo”.

Pertanto, dal primo gennaio di quest’anno, le grandi imprese europee sono tenute a inserire, nella cosiddetta “Relazione sulla gestione”, allegata ai bilanci annuali, una specifica “Relazione sul governo societario” dove, tra gli altri aspetti, presentano agli azionisti e al mercato “una descrizione della politica in materia di diversità applicata in relazione alla composizione degli organi di amministrazione, gestione e controllo dall’impresa relativamente ad aspetti quali, ad esempio, l’età, il sesso, o il percorso formativo e professionale, gli obiettivi di tale politica sulla diversità, le modalità di attuazione e i risultati”.

I contenuti minimi di tale relazione sono stati spiegati dalla Commissione europea in una apposita comunicazione. In particolare, la descrizione della politica sulla diversità dovrebbe specificare quali criteri di diversità vengono applicati, nonché spiegare i motivi per la scelta degli stessi. In generale gli aspetti di diversità dovrebbero riguardare l’età, il sesso o i contesti educativi e professionali. Qualora risulti pertinente, in virtù della presenza geografica dell’impresa e del settore commerciale nel quale essa opera, è altresì opportuno includere la provenienza geografica, l’esperienza internazionale, la competenza in relazione a questioni pertinenti di sostenibilità, la rappresentanza dei dipendenti e altri aspetti quali, ad esempio, il contesto socioeconomico.

Nella scelta di un candidato al consiglio di amministrazione, ogni impresa, in applicazione dei criteri di diversità che ha definito, dovrebbe prendere in considerazione le norme e i principi di non discriminazione generalmente accettati.

Infine, le imprese dovrebbero divulgare al pubblico quali obiettivi si propone di raggiungere nel campo della politica di diversità: risulta particolarmente utile fissare obiettivi quantitativi e tempistiche, in particolare per quanto riguarda l’equilibrio di genere.

Se un’impresa non applica una politica in materia di diversità non è obbligata a farlo ma deve spiegare chiaramente il perché.

Questa disposizioni europee mirano, quindi, a creare una pressione indiretta sulle grandi imprese per spingerle a diversificare la composizione del proprio consiglio di amministrazione, aprendolo a donne, giovani, persone di estrazione sociale e culturale o di origini geografiche diversificate.

“Think different”, appunto. E ciò può far bene non solo alle imprese di grandi dimensione.

 

ACCESSO DIRETTO ALLE FONTI DI INFORMAZIONE:


Approfondimenti sul tema della finanza sostenibile nell’Unione europea:

L’inizio: il piano di azione UE per il finanziamento della crescita sostenibile:
9 marzo 2018 – Finanza sostenibile: la strategia di sviluppo della Commissione europea del 2018

Altri articoli collegati:

13 febbraio 2026 – Finanza sostenibile e difesa: i criteri UE dopo la Comunicazione 2025
12 settembre 2025 – ESG per PMI: lo standard UE 2025 che semplifica tutto
25 luglio 2025 – Tassonomia UE 2025: chiarimenti e semplificazioni operative per le imprese
18 aprile 2025 – Finanza sostenibile: novità normative 2025
6 ottobre 2023 – Il passaggio del sistema finanziario europeo alla finanza sostenibile: avanzamento 2023
21 maggio 2021 – Transizione ecologica e finanza sostenibile: il pacchetto legislativo UE 2021
30 ottobre 2020 – Il successo delle obbligazioni sociali dell’Unione europea: prima emissione 2020
15 novembre 2019 – La trasformazione della BEI in banca climatica europea
24 luglio 2017 – Responsabilità sociale delle imprese: un nuovo inizio in Europa