Verso l’Agenda 2030 dell’UE per un nuovo modello di sviluppo sostenibile in Europa

21 dicembre 2018 di Mauro Varotto

Il riscaldamento globale sta aumentando la frequenza e l’intensità di eventi climatici estremi, che coinvolgono, con conseguenze spesso devastanti, sempre maggiori territori e un sempre maggior numero di persone. Organizzazioni internazionali ed europee, anche non governative, Stati e Istituzioni locali sono da anni impegnate nell’attuare politiche comuni volte a limitare il riscaldamento globale e, quindi, a scongiurare effetti irreversibili.

Tali politiche implicano grandi cambiamenti nei modi di produrre, di consumare e, in ultima analisi, nel nostro stesso stile di vita: questa transizione verso un nuovo modello di sviluppo più sostenibile, però, può comportare dei costi sociali.

I recenti episodi di protesta, anche violenta, avvenuti in Francia e che, via via, si stanno estendendo in altri Paesi europei e non, suonano come un campanello d’allarme per i decisori politici, affinché individuino modalità eque sul piano sociale di passaggio ad una nuova fase dell’economia europea e mondiale.

Entro il 2020 anche l’Unione europea dovrà presentare all’ONU un proprio piano di azioni concrete per raggiungere gli obiettivi climatici stabiliti dall’Accordo di Parigi sul clima, ratificato da 181 Stati e altri soggetti internazionali e che ho presentato in precedenti articoli in questo blogla Commissione europea vuole che questo piano si fondi su una “visione comune”, condivisa non solo dai capi di Stato e di governo dell’Unione ma dal più ampio numero possibile di cittadini.

La sfida del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici deve diventare un impegno comune.

Per questo motivo, in vista della ventiquattresima Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP 24), che si è tenuta a Katowice, in Polonia, dal 2 al 14 dicembre 2018, e alla quale hanno partecipato 196 Stati, la Commissione europea ha preparato un documento che illustra le diverse opzioni possibili in Europa per dare attuazione all’Accordo di Parigi sul clima: questo documento segna l’avvio di un dibattito pubblico che porterà, nel corso del 2019, a definire un piano di azione concrete e vincolanti per tutti, cittadini e istituzioni.

In questo articolo, quindi, cercherò di fornire alcuni spunti di riflessione perché ciascuno di noi possa avere gli elementi utili per partecipare attivamente e in maniera propositiva al percorso che porterà all’Agenda 2030 sullo sviluppo sostenibile dell’Unione europea.

Le motivazioni alla base degli obiettivi climatici dell’Unione europea

L’obiettivo politico perseguito dall’Unione europea, verso il quale intende orientare tutte le politiche, i programmi e le relative risorse finanziarie, è semplice: azzerare le emissioni di gas a effetto serra entro la metà del secolo.

Tale obiettivo è la risposta europea alla vera e propria emergenza rappresentata dall’impatto del riscaldamento climatico sul nostro pianeta, il quale sta trasformando l’ambiente in cui viviamo e aumentando la frequenza e l’intensità dei fenomeni meteorologici estremi.

Negli ultimi cinque anni l’Europa ha registrato quattro ondate di caldo eccezionali (quella dell’estate scorsa ha innalzato la temperatura atmosferica sopra al circolo polare artico di 5°C oltre il normale); di recente forti siccità hanno colpito gran parte del continente e una serie di alluvioni si è abbattuta in particolare sulle regioni centrali e orientali.

Inoltre, fenomeni estremi legati al clima, come gli incendi boschivi, le piene improvvise, i tifoni e gli uragani sono causa di pesanti devastazioni e della perdita di vite umane, come si è visto nel 2017 con gli uragani Irma e Maria che hanno colpito i Caraibi, e con essi alcune regioni ultraperiferiche europee.

Anche l’Europa sta conoscendo fenomeni di questa portata: la tempesta Ophelia del 2017 è stata il primo violento uragano dell’Atlantico orientale a toccare l’Irlanda e nel 2018 la tempesta Leslie ha devastato parti del Portogallo e della Spagna. Infine, è ancora molto fresco il ricordo delle devastazioni della profonda depressione “Vaia” che, tra sabato 27 ottobre e martedì 30 ottobre 2018, ha colpito l’Italia, con violentissime raffiche di scirocco, mareggiate, oltre a straordinarie onde di marea sull’alto Adriatico, grandi piogge alluvionali sulle Alpi centro orientali e sulle zone montane del Veneto e del Trentino Alto Adige: a questo link è possibile leggere il report integrale su tale fenomeno.

Le previsioni degli esperti internazionali sul riscaldamento globale

Il gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC) ha pubblicato nell’ottobre 2018 una relazione speciale sull’impatto di un aumento del riscaldamento globale di 1,5ºC rispetto ai livelli preindustriali e i relativi percorsi di emissione di gas a effetto serra su scala mondiale.

Sulla base di dati scientifici la relazione dimostra che il riscaldamento del pianeta causato dalle attività umane è già di 1ºC al di sopra dei livelli preindustriali e sta aumentando a un ritmo di circa 0,2ºC per decennio. Se non sarà intensificata l’azione internazionale a favore del clima, la temperatura media mondiale potrebbe aumentare di 2°C poco dopo il 2060 e successivamente proseguire sulla stessa traiettoria.

Questi cambiamenti del clima, se incontrastati, potrebbero trasformare la Terra in una “serra”, con grande probabilità che i loro effetti su vasta scala diventino irreversibili.

L’impatto a medio e lungo termine sul continente europeo

Per comprendere l’impatto di tali rischi sulle nostre vite, in Europa il mutamento incontrastato del clima potrebbe avere gravi conseguenze anche sulla produttività dell’economia, sulle infrastrutture, sulla capacità di produrre cibo, sulla salute pubblica, sulla biodiversità e sulla stabilità politica: in un precedente articolo ho riportato le più aggiornate previsioni dell’Agenzia europea per l’ambiente.

In estrema sintesi, nel 2017 le catastrofi legate alle condizioni meteorologiche hanno causato danni economici per la cifra record di 283 miliardi di euro e la Commissione europea stima che, entro il 2100, potrebbero colpire circa due terzi della popolazione europea, rispetto all’attuale 5%: ad esempio, i danni annuali causati dagli straripamenti dei fiumi in Europa, che oggi ammontano a 5 miliardi di euro, potrebbero salire a 112 miliardi; il 16% dell’attuale zona climatica del Mediterraneo potrebbe divenire arida entro la fine del secolo e in vari paesi dell’Europa meridionale la produttività del lavoro all’aperto potrebbe diminuire di circa il 10-15% rispetto ai livelli odierni.

Si stima inoltre che la prevista disponibilità di alimenti sarebbe notevolmente inferiore in uno scenario di riscaldamento globale di 2ºC rispetto a 1,5ºC, anche in regioni di primaria importanza per la sicurezza dell’Unione, come l’Africa settentrionale e il resto del bacino mediterraneo, compromettendo la sicurezza e la prosperità nel senso più ampio di questi termini, danneggiando i sistemi economici, alimentari, idrici ed energetici, e innescando quindi ulteriori conflitti e pressioni migratorie.

Se non si affrontano i cambiamenti climatici, conclude la Commissione europea nella sua analisi, sarà impossibile assicurare in Europa uno sviluppo sostenibile e la realizzazione dei relativi obiettivi concordati in seno alle Nazioni Unite.

Effetti dei cambiamenti climatici in Europa

Il contributo europeo alla lotta ai cambiamenti climatici

Responsabile del 10% delle emissioni mondiali di gas serra, che fin dal 2009 si è prefissa di ridurre dell’80-95% nel 2050, l’Unione europea è alla testa della transizione verso un’economia a zero emissioni nette: per questo motivo, la Commissione europea il 28 novembre scorso ha presentato un documento di strategia a lungo termine, intitolato: “Un pianeta pulito per tutti. Visione strategica europea a lungo termine per un’economia prospera, moderna, competitiva e climaticamente neutra”.

Negli ultimi decenni l’Europa è riuscita a dissociare le emissioni di gas a effetto serra dalla crescita economica: dopo il picco del 1979, le emissioni sono diminuite in misura significativa grazie a una maggiore efficienza energetica, alle politiche di cambiamento dei combustibili e alla penetrazione delle energie rinnovabili, cosicché, tra il 1990 e il 2016, il consumo di energia è diminuito di quasi il 2% e le emissioni di gas a effetto serra del 22%, a fronte di una crescita del PIL del 54%.

Quindi, il documento di strategia, innanzitutto, ribadisce l’impegno dell’Europa a essere protagonista dell’azione internazionale per il clima.

In secondo luogo, la strategia vuole iniziare a delineare un percorso per una transizione dell’Europa verso l’azzeramento delle emissioni nette di gas a effetto serra entro il 2050 che sia equa sul piano sociale ed efficiente in termini di costi.

La Commissione europea non propone politiche nuove rispetto a quelle già perseguite da decenni; né fissa nuovi obiettivi.

L’obiettivo delle politiche europee per il clima resta quello già fissato, che ho approfondito nel blog in precedenti articoli: ridurre le emissioni di gas a effetto serra di almeno il 45%, rispetto ai livelli registrati nel 1990, entro il 2030; più, quindi, dell’obiettivo del 40% fissato dall’accordo di Parigi sul clima e con l’ulteriore traguardo finale di una riduzione di circa il 60% entro il 2050.

La strategia proposta la Commissione europea intende indicare la rotta delle politiche dell’Unione per il clima e l’energia e inquadrare quel che l’Unione considera il proprio contributo a lungo termine agli obiettivi di contenimento della temperatura stabiliti con l’accordo di Parigi, in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite.

La strategia europea, come ho scritto sopra, vuole avviare un profondo dibattito tra i decisori e i cittadini europei riguardo a come l’Europa dovrebbe prepararsi in una prospettiva temporale al 2050, in previsione della strategia europea a lungo termine da presentare entro il 2020 alla convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.

Una transizione equa verso un nuovo modello economico a zero emissioni: le opzioni disponibili

La strategia traccia un insieme di trasformazioni economiche e sociali che, con la partecipazione di tutti i settori dell’economia e della società, dovrebbero essere intraprese per realizzare la transizione verso quota zero emissioni nette entro il 2050.

Essa mira ad assicurare che la transizione sia socialmente equa, vale a dire che non lasci indietro alcun cittadino europeo né alcuna regione, e rafforzi la competitività dell’economia e dell’industria dell’Unione sui mercati mondiali, garantendo posti di lavoro di alta qualità e una crescita sostenibile in Europa e favorendo sinergie con altri aspetti ambientali problematici, come la qualità dell’aria e la perdita della biodiversità.

A tal fine, la strategia esamina il ventaglio di opzioni a disposizione degli Stati membri, delle imprese e dei cittadini, così come il modo in cui queste opzioni possono concorrere a modernizzare la nostra economia e migliorare la qualità della vita degli europei, proteggere l’ambiente e generare occupazione e crescita.

Le minacce e i rischi legati ai cambiamenti climatici sono noti, così come lo sono i molti modi per prevenirli. La strategia proposta dalla Commissione europea offre una serie di soluzioni che, trasformando radicalmente il nostro sistema energetico, il suolo e l’agricoltura, modernizzando il tessuto industriale, i sistemi di trasporto e le città, con ripercussioni su tutte le attività della nostra società, potrebbero essere applicate per compiere la transizione verso un’economia a zero emissioni nette entro la metà del secolo.

In questo contesto il ruolo dei cittadini è fondamentale: i cambiamenti climatici possono essere affrontati solo con la partecipazione attiva delle persone, sia in veste di consumatori che di cittadini, e la trasformazione potrà dirsi riuscita anche in funzione del modo in cui la nostra società provvederà ai bisogni dei più vulnerabili durante la transizione.

Per conseguire tali obiettivi, la Commissione europea ha valutato otto percorsi alternativi, tutti in linea con l’Accordo di Parigi. Gli otto scenari si basano su politiche positive “a prescindere dal clima” (“no regret policies”), quali il grande uso delle energie rinnovabili e l’efficienza energetica.

Dalla valutazione della modellizzazione si ricava che l’adozione delle opzioni positive “a prescindere dal clima” – quali le energie rinnovabili, compresi i biocarburanti avanzati sostenibili, l’efficienza energetica, l’impulso all’economia circolare e soluzioni puntuali come l’elettrificazione, l’idrogeno e i combustibili alternativi o i nuovi approcci alla mobilità – non è sufficiente per passare a un’economia a zero emissioni nette entro il 2050, perché applicando le tecnologie alla base di questi scenari si otterrebbe una riduzione solo dell’80% rispetto ai livelli del 1990; l’abbattimento netto salirebbe a circa il 90% se si combinassero tutte queste opzioni (compreso l’assorbimento a opera del suolo e della silvicoltura), ma rimarrebbe pur sempre un quantitativo di emissioni residue di gas a effetto serra, in particolare nel settore agricolo.

Per raggiungere quota zero emissioni nette sarà necessario sfruttare al massimo le potenzialità offerte dalla tecnologia e dall’economia circolare, dall’uso su larga scala dei pozzi naturali terrestri di assorbimento del carbonio, in particolare in agricoltura e silvicoltura, e dal cambiamento dei modelli di mobilità.

Le sette componenti strategiche della strategia europea

Secondo la Commissione europea, la strada che conduce a un’economia a zero emissioni nette potrebbe pertanto consistere in un’azione congiunta, articolata nelle seguenti sette componenti strategiche:

  1. Sfruttare al massimo i benefici derivanti dall’efficienza energetica, compresi gli edifici a zero emissioni

Le misure di efficienza energetica dovrebbero svolgere un ruolo centrale nell’azzeramento delle emissioni nette di gas serra entro il 2050, arrivando a dimezzare il consumo energetico rispetto al 2005. L’efficienza energetica, la digitalizzazione e l’automazione domestica, l’etichettatura e la definizione di norme tecniche hanno effetti che vanno ben al di là dei confini dell’Unione, perché l’esportazione e l’importazione di apparecchiature e articoli elettronici obbligano i produttori esteri a utilizzare gli stessi standard dell’UE.

L’efficienza energetica sarà determinante nella decarbonizzazione dei processi industriali, ma il calo più vistoso della domanda energetica si verificherà negli edifici, sia nel settore residenziale che in quello dei servizi, il cui consumo di energia ammonta oggi al 40 %. Dato che nel 2050 la maggior parte del parco immobiliare sarà costituito da edifici già oggi esistenti, occorre aumentare il tasso di ristrutturazione, cambiare combustibile di riscaldamento in modo che la grande maggioranza delle case siano riscaldate da impianti alimentati da rinnovabili (energia elettrica, teleriscaldamento, gas rinnovabile o solare termico), diffondere i prodotti e le apparecchiature più efficienti, utilizzare sistemi intelligenti di gestione degli edifici e delle apparecchiature e migliorare i materiali d’isolamento.

  1. Diffondere al massimo le energie rinnovabili e l’uso dell’energia elettrica per decarbonizzare completamente l’approvvigionamento energetico in Europa

Oggi il sistema energetico dipende prevalentemente dai combustibili fossili. Tutti gli scenari valutati presuppongono che, entro la metà del secolo, con l’elettrificazione su larga scala del sistema energetico, trainata dalla diffusione delle energie rinnovabili, questa situazione cambierà radicalmente, sia a livello degli utenti finali sia a quello della produzione di carburanti senza emissioni di carbonio e di materie prime per l’industria.

Oggi attestata intorno al 55%, la dipendenza dell’Europa dalle importazioni di energia, in particolare per quanto riguarda il petrolio e il gas, scenderà al 20% nel 2050.

  1. Abbracciare la mobilità pulita, sicura e connessa

Responsabile di circa un quarto delle emissioni di gas serra dell’Unione, il trasporto, nei suoi diversi modi, deve contribuire alla decarbonizzazione del sistema di mobilità. Serve un approccio sistemico, la cui prima fase è l’uso in tutti i modi di trasporto di veicoli a basse e zero emissioni dotati di sistemi alternativi di propulsione ad alta efficienza. Così come ha fatto con l’energia rinnovabile nel decennio scorso, l’industria automobilistica già oggi investe massicciamente nelle tecnologie emergenti per veicoli a zero e basse emissioni, ad esempio quelli elettrici. L’energia elettrica decarbonizzata, decentralizzata e digitalizzata, associata a batterie più efficienti e sostenibili, sistemi di propulsione elettrica ad alta efficienza, connettività e guida autonoma, offre prospettive per decarbonizzare i trasporti su strada, generando nel complesso notevoli benefici tra cui aria pulita, riduzione del rumore e circolazione senza incidenti, a grande vantaggio della salute dei cittadini e dell’economia europea. L’elettrificazione della navigazione a corto raggio e nelle vie navigabili interne, quando praticabile dal punto di vista del rapporto potenza/peso, è un’opzione altrettanto valida.

Sempre sul fronte della mobilità, le aree urbane e le città intelligenti saranno i primi nuclei di innovazione, non da ultimo perché vi predominano gli spostamenti corti e a causa della qualità dell’aria; con il 75 % della popolazione che vive nelle aree urbane, la pianificazione urbana, la costruzione di piste ciclabili e pedonali sicure, un trasporto pubblico locale pulito, l’introduzione di nuove tecnologie di consegna, come i droni, e la mobilità intesa come servizio, compreso l’avvento di servizi di condivisione di auto e biciclette, cambieranno il modo in cui ci spostiamo.

  1. Un’industria europea competitiva e l’economia circolare come fattore chiave per ridurre le emissioni di gas serra

L’industria dell’Unione è già oggi una delle più efficienti del mondo e si prevede che rimanga tale, ma perché ciò avvenga occorre sviluppare un’economia circolare ed efficiente nell’uso delle risorse che sia competitiva. Nella produzione di molti beni industriali come il vetro, l’acciaio e la plastica assisteremo a un ulteriore calo significativo del fabbisogno di energia e delle emissioni di processo, soprattutto in concomitanza con l’aumento dei tassi di riciclaggio. Le materie prime sono elementi indispensabili nella ricerca di soluzioni neutre in carbonio per tutti i settori dell’economia e, dato il ritmo accelerato con cui cresce la loro domanda, quelle primarie continueranno a essere le più richieste. Va tuttavia evidenziato che una riduzione del consumo di materie grazie al riutilizzo e al riciclaggio migliorerà la competitività, creerà opportunità commerciali e posti di lavoro e richiederà meno energia, il che, a sua volta, ridurrà l’inquinamento e le emissioni di gas a effetto serra. Il recupero e il riciclaggio delle materie prime rivestiranno particolare importanza nei settori e nelle tecnologie in cui potrebbe emergere nuova dipendenza da materie prime critiche quali il cobalto, le terre rare o la grafite, la cui produzione è concentrata in alcuni paesi extraeuropei.

  1. Sviluppare un’infrastruttura di rete e interconnessioni adeguate e intelligenti

La realizzazione di un’economia a zero emissioni nette di gas a effetto serra sarà possibile solo con un’infrastruttura adeguata e intelligente che assicuri un’interconnessione e un’integrazione settoriale ottimali in tutta Europa. Una maggiore cooperazione transfrontaliera e regionale consentirà di sfruttare appieno i vantaggi della modernizzazione e della trasformazione dell’economia europea. Sarà, inoltre, necessario concentrarsi maggiormente sul completamento tempestivo della rete trans-europea di trasporto e di quella dell’energia, predisponendo, come minimo, un’infrastruttura all’altezza dei principali sviluppi che si profilano nei sistemi di trasmissione e distribuzione dell’energia: reti intelligenti per la trasmissione dell’energia elettrica e di informazioni/dati e, se necessario, idrogenodotti, accompagnati dalla digitalizzazione e da un’integrazione più spinta del settore, cominciando dalla modernizzazione, nei prossimi anni, dei principali poli industriali europei. Ciò stimolerà, a sua volta, un ulteriore raggruppamento in poli degli impianti industriali.

  1. Sfruttare appieno i benefici della bioeconomia e creare indispensabili pozzi di assorbimento del carbonio

In un mondo in cui nel 2050 la popolazione sarà aumentata del 30% rispetto a oggi e nel quale i cambiamenti climatici si ripercuoteranno sugli ecosistemi e sull’uso del suolo in tutto il pianeta, l’agricoltura e la silvicoltura dell’Unione europea dovranno non solo fornire cibo, mangimi e fibre sufficienti ma anche sostenere i settori dell’energia, dell’industria e delle costruzioni: si tratta di elementi fondamentali per l’economia e lo stile di vita europei.

In particolare, la biomassa sostenibile assume un ruolo importante in un’economia a zero emissioni nette, può fornire direttamente energia termica, può essere trasformata in biocarburanti e biogas; inoltre, una volta pulita, può essere trasportata attraverso la rete del gas sostituendo il gas naturale.

La produzione agricola non cesserà di rilasciare emissioni di gas a effetto serra diversi dalla CO2, che potranno però essere ridotte entro il 2050 grazie a metodi di produzione efficienti e sostenibili in cui l’innovazione svolgerà un ruolo sempre più determinante. Gli agricoltori sono sempre più spesso considerati fornitori di risorse e di materie prime essenziali. La bioeconomia circolare offre nuove opportunità commerciali. Esistono sistemi agricoli più avanzati, ad esempio tecniche agroforestali che utilizzano in modo efficiente le risorse di nutrienti, in grado di migliorare non solo il carbonio nel suolo ma anche la biodiversità, rafforzando la resilienza dell’agricoltura ai cambiamenti climatici.

L’imboschimento e il ripristino dei terreni forestali e di altri ecosistemi degradati possono aumentare ulteriormente l’assorbimento di CO2, apportando contemporaneamente benefici alla biodiversità, al suolo e alle risorse idriche, e accrescere la disponibilità di biomassa nel tempo.

I pozzi di assorbimento del carbonio sono altrettanto importanti della riduzione delle emissioni. Il mantenimento e l’ulteriore aumento dei pozzi naturali costituiti dalle foreste, dal suolo, dai terreni agricoli e dalle zone umide costiere sono fondamentali per il successo della strategia, in quanto consentono di compensare le emissioni residue di settori in cui la decarbonizzazione è più problematica, compreso proprio il settore agricolo

  1. Far fronte alle emissioni residue di CO2 tramite la cattura e lo stoccaggio del carbonio

In passato, la cattura e lo stoccaggio del carbonio (Carbon Capture and Storage – CCS) era considerata un’importante opzione di decarbonizzazione per il settore dell’energia e per le industrie ad alta intensità energetica. Oggi questo potenziale appare sminuito, in ragione della rapida diffusione delle tecnologie per le energie rinnovabili, della presenza di altre opzioni per ridurre le emissioni nei settori industriali e dell’accettabilità sociale di questa tecnologia. Tuttavia, è ancora necessario diffondere la tecnologia per la cattura e lo stoccaggio del carbonio soprattutto nelle industrie ad alta intensità di energia e, nella fase transitoria, per la produzione di idrogeno senza emissioni di carbonio.

Considerando il rischio di dipendenza dalle tecnologie basate sui combustibili fossili (basti pensare che un impianto costruito oggi probabilmente sarà ancora operativo nel 2050), la capacità di diffondere tecnologie di assorbimento del carbonio aumenta la credibilità della strategia a lungo termine dell’Unione.

Investimenti e finanziamenti

La modernizzazione e la decarbonizzazione dell’economia dell’Unione stimoleranno notevoli investimenti aggiuntivi. Attualmente circa il 2% del PIL è investito nel sistema energetico e nelle relative infrastrutture: la cifra dovrebbe aumentare al 2,8% (circa 520-575 miliardi di euro l’anno) al fine di conseguire un’economia a zero emissioni nette di gas serra. Si parla quindi di investimenti aggiuntivi importanti rispetto allo scenario di base, tra i 175 e i 290 miliardi di euro l’anno.

La maggior parte degli investimenti sarà a carico delle imprese private e delle famiglie.

Per stimolare gli investimenti è essenziale che l’Unione europea e gli Stati membri inviino segnali chiari e a lungo termine che orientino gli investitori, evitino gli attivi non recuperabili, aumentino la sostenibilità finanziaria e indirizzino gli sforzi verso l’innovazione pulita nel modo più produttivo, offrendo una visione che indicherà dove far confluire i flussi finanziari e di capitale.

La proposta della Commissione europea di rafforzare l’integrazione delle azioni per il clima nel prossimo quadro finanziario pluriennale (2021-2027) – al quale ho dedicato alcuni precedenti articoli -, fino a coprire almeno il 25% della spesa, dimostra che il bilancio dell’Unione continuerebbe a fungere da catalizzatore per stimolare investimenti pubblici e privati sostenibili e per indirizzare il sostegno dell’Unione alla transizione verso l’energia pulita là dove è più necessario.

 

ACCESSO DIRETTO ALLE FONTI DI INFORMAZIONE:

Comunicazione della Commissione europea, Un pianeta pulito per tutti. Visione strategica europea a lungo termine per un’economia prospera, moderna, competitiva e climaticamente neutra, doc. COM(2018) 773 del 28 novembre 2018

Il sito WEB della Conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamenti climatici (COP24) che si è tenuta a Katowice, in Polonia, dal 2 al 14 dicembre 2018.

 

 

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