Dalla ricerca all’adozione: AgRI 2040 e Food 2040 definiscono la nuova strategia UE per l’innovazione agroalimentare nel QFP 2028-2034.

Introduzione: ricerca e innovazione nell’agricoltura europea. Dal PEI-AGRI ad AgRI 2040

La ricerca europea in campo agricolo ha una storia molto più lunga, ma è soprattutto negli ultimi quindici anni che l’Unione europea ha progressivamente costruito una politica integrata capace di collegare la produzione di nuova conoscenza, lo sviluppo delle innovazioni e la loro applicazione nelle imprese agricole, nelle foreste, nei territori rurali e, sempre più, nell’intero sistema alimentare.

Il campo di intervento è, quindi, molto più ampio della sola ricerca sulle tecnologie agricole. Nell’impostazione adottata dalla Commissione nel 2026, il nuovo approccio alla ricerca e all’innovazione riguarda congiuntamente agricoltura, silvicoltura, aree rurali e sistemi alimentari, mettendo in relazione produzione primaria, ambiente, territori, industria alimentare, consumatori e salute.

L’ultimo capitolo di questa evoluzione è rappresentato dal Nuovo approccio strategico alla ricerca e all’innovazione per un’agricoltura, una silvicoltura, aree rurali e sistemi alimentari competitivi, resilienti e sostenibili, presentato dalla Commissione europea l’8 settembre 2026 con la comunicazione COM(2026) 453 final. Il nuovo approccio si articola in due quadri di riferimento distinti ma complementari: AgRI 2040, dedicato alla ricerca e all’innovazione per agricoltura, silvicoltura e aree rurali, e Food 2040, rivolto ai sistemi alimentari.

La Commissione colloca espressamente il nuovo approccio in continuità con due percorsi avviati nel 2016. Il primo è lo Strategic Approach to EU Agricultural Research and Innovation, il cui final paper conclude il processo culminato nella conferenza europea Designing the path, svoltasi a Bruxelles dal 26 al 28 gennaio 2016; lo stesso documento precisa che non rappresenta necessariamente la posizione ufficiale della Commissione. Il secondo è Food 2030, lanciato nell’ottobre 2016 in occasione della prima Food 2030 High-Level Conference, durante la quale fu presentato il documento di lavoro della Commissione European research and innovation for food and nutrition security.

Dieci anni dopo, tuttavia, il problema non è più soltanto definire priorità di ricerca o rafforzare il collegamento tra scienza e pratica. L’obiettivo diventa accompagnare l’intero percorso che conduce dalla produzione della conoscenza alla co-creazione delle soluzioni, dalla sperimentazione alla dimostrazione, fino alla valorizzazione, all’investimento, alla diffusione e all’adozione delle innovazioni. La comunicazione del 2026 parla, non a caso, di rafforzare la “innovation to investment journey” e di aumentare l’uptake di conoscenze e soluzioni nell’intero sistema agroalimentare.

È questa trasformazione il filo conduttore dell’articolo. Ripercorrerò le principali tappe della politica europea di ricerca e innovazione agricola, a partire da Europa 2020, dall’Unione dell’innovazione e dalla nascita del PEI-AGRI, per arrivare ad AgRI 2040 e Food 2040.

L’ultima parte sarà dedicata alla fase che si apre con il quadro finanziario pluriennale 2028-2034: la proposta della nuova PAC, presentata dalla Commissione il 16 luglio 2025 con la COM(2025) 560 final, la sua integrazione nei Piani di partenariato nazionale e regionale, il futuro Orizzonte Europa e il Fondo europeo per la competitività.

Il percorso si concluderà con un focus sull’Italia e sulla sua capacità di trasformare ricerca e conoscenza in innovazioni effettivamente adottate dalle aziende agricole.

2. Dall’Unione dell’innovazione ad AgRI 2040: come si è costruita la politica europea di ricerca e innovazione agricola

Per comprendere il significato di AgRI 2040 occorre risalire almeno al 2010. È allora che l’Unione europea, con la strategia Europa 2020 del 3 marzo 2010, presentata dalla Commissione con la comunicazione COM(2010) 2020, individua nella conoscenza e nell’innovazione una delle condizioni fondamentali per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva. Pochi mesi dopo, con l’iniziativa faro L’Unione dell’innovazione, adottata dalla Commissione il 6 ottobre 2010 con la comunicazione COM(2010) 546, viene posto al centro il problema che accompagnerà tutta l’evoluzione successiva: non basta produrre conoscenza, occorre trasformarla in innovazioni capaci di rispondere alle grandi sfide economiche e sociali. È in questo contesto che nascono i Partenariati europei per l’innovazione (PEI), concepiti non come nuovi programmi di ricerca, ma come strumenti destinati a mettere in relazione politiche, attori e risorse già esistenti, riducendo la distanza tra ricerca e applicazione.

Il modello viene applicato all’agricoltura nel febbraio 2012, quando la Commissione presenta la comunicazione COM(2012) 79 sul Partenariato europeo per l’innovazione “Produttività e sostenibilità dell’agricoltura”, destinato a diventare noto come PEI-AGRI. Il principio che lo ispira è già quello che ritroveremo, quattordici anni dopo, in AgRI 2040: l’innovazione agricola non può essere considerata come il semplice trasferimento lineare di un risultato scientifico dal laboratorio all’azienda. Deve nascere dall’interazione tra conoscenza scientifica e conoscenza pratica, mettendo in relazione agricoltori, ricercatori, consulenti, imprese e altri soggetti del territorio.

Il passaggio decisivo dalla strategia alla politica agricola avviene con la riforma della PAC per il periodo 2014-2020. Il regolamento (UE) n. 1305/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 17 dicembre 2013, relativo al sostegno allo sviluppo rurale da parte del FEASR, inserisce il PEI-AGRI nella politica di sviluppo rurale e disciplina i Gruppi Operativi. La loro funzione è sviluppare, sperimentare e applicare soluzioni innovative attraverso partenariati tra soggetti dotati di competenze diverse. Lo stesso regolamento assegna al PEI una funzione chiaramente bidirezionale: collegare meglio la ricerca alla pratica agricola, accelerare l’applicazione delle innovazioni e, nella direzione opposta, informare la comunità scientifica dei bisogni che emergono dalla pratica. In altri termini, con la PAC 2014-2020 la relazione tra ricerca e pratica agricola non resta più soltanto un obiettivo della politica europea della ricerca, ma diventa anche un obiettivo e uno strumento della politica agricola.

Nel 2014 prende intanto avvio Horizon 2020, il Programma quadro dell’Unione europea per la ricerca e l’innovazione 2014-2020. Si delineano così due circuiti complementari: da un lato il Programma quadro finanzia la ricerca collaborativa e lo sviluppo di nuove conoscenze, tecnologie e soluzioni; dall’altro la PAC, attraverso FEASR, PEI-AGRI e Gruppi Operativi, sostiene la cooperazione e l’innovazione più direttamente collegate ai problemi concreti delle imprese e dei territori. La questione diventa quindi come collegare efficacemente i due circuiti.

Una prima importante sistematizzazione avviene nel 2016. Sul versante agricolo viene pubblicato A strategic approach to EU agricultural research & innovation – final paper, esito del percorso culminato nella conferenza europea Designing the path, svoltasi a Bruxelles dal 26 al 28 gennaio 2016. Non si tratta di una comunicazione formale della Commissione – il documento precisa espressamente che i suoi contenuti non rappresentano necessariamente la posizione ufficiale dell’istituzione – ma di un testo strategico destinato anche a orientare la programmazione finale di Horizon 2020. La sua importanza politica è tuttavia notevole: per la prima volta vengono raccolti in un quadro organico principi destinati a diventare strutturali nella politica europea della ricerca agricola, come l’approccio sistemico, l’interdisciplinarità, il coinvolgimento degli utilizzatori, il multi-actor approach e una maggiore attenzione all’attuazione dei risultati. Il raccordo tra ricerca e agricoltura, dunque, non nasce nel 2016: era già stato concepito con il PEI-AGRI e incorporato nella PAC. Nel 2016 esso viene però sistematizzato sul versante della politica europea della ricerca e innovazione.

Nello stesso anno prende forma un secondo percorso, complementare ma distinto: Food 2030. Il suo presupposto è che una politica della ricerca capace di affrontare sicurezza alimentare, salute, cambiamenti climatici, sostenibilità e uso delle risorse non possa fermarsi alla produzione primaria, ma debba considerare l’intero sistema alimentare, dalla produzione alla trasformazione, dalla distribuzione al consumo. La prima Food 2030 High-Level Conference, nell’ottobre 2016, segna il lancio di questo nuovo quadro europeo di ricerca e innovazione per la trasformazione dei sistemi alimentari. Da quel momento convivono quindi due filoni strategici: quello dell’Agricultural R&I, centrato su agricoltura, silvicoltura e aree rurali, e quello di Food 2030, rivolto ai sistemi alimentari. Saranno questi i due percorsi che la Commissione riprenderà dieci anni dopo con AgRI 2040 e Food 2040.

La fase successiva coincide con Orizzonte Europa 2021-2027 e con la nuova PAC. Il regolamento (UE) 2021/2115 del 2 dicembre 2021, applicabile dal 2023, consolida il ruolo degli Agricultural Knowledge and Innovation Systems (AKIS), cioè dei sistemi nei quali devono circolare conoscenze e innovazioni fra agricoltori, ricercatori, consulenti, organismi di formazione, imprese e amministrazioni. Il PEI-AGRI viene mantenuto, ma collocato esplicitamente all’interno di questa architettura: deve promuovere l’innovazione, migliorare lo scambio di conoscenze e sostenere gli AKIS creando connessioni tra politiche e strumenti. Il modello europeo diventa così più articolato: la ricerca produce conoscenza, il multi-actor approach coinvolge gli utilizzatori, i Gruppi Operativi sperimentano e adattano le soluzioni, mentre consulenza, reti e AKIS ne organizzano la circolazione e l’adozione. Non si tratta più, quindi, di un semplice modello di trasferimento tecnologico, ma di un modello di innovazione interattiva, nel quale la conoscenza si muove dalla ricerca verso la pratica e dalla pratica verso la ricerca.

La fase più recente si apre con la Visione per l’agricoltura e l’alimentazione, presentata dalla Commissione il 19 febbraio 2025 con la comunicazione COM(2025) 75 final. L’orizzonte viene proiettato al 2040 e innovazione, tecnologie, competenze e capacità di investimento diventano condizioni per costruire un settore agroalimentare europeo più competitivo, resiliente, sostenibile e attrattivo. La proposta della futura PAC, presentata il 16 luglio 2025 con la comunicazione COM(2025) 560 final, conferma questa impostazione: PEI-AGRI, Gruppi Operativi e AKIS rimangono elementi strutturali e la politica agricola dovrà continuare a collegare ricerca, pratica, consulenza, formazione, dimostrazione e diffusione delle innovazioni.

Su questa architettura interviene infine la comunicazione COM(2026) 453 final dell’8 settembre 2026, che definisce il nuovo approccio strategico fondato su AgRI 2040 e Food 2040. La diagnosi della Commissione segna un ulteriore avanzamento: l’Europa dispone ormai di una solida base scientifica e di un articolato ecosistema della ricerca e innovazione, ma permane un innovation and deployment gap. I risultati della R&I non si traducono ancora in misura sufficiente in produttività, sostenibilità, competitività e trasformazione del sistema agroalimentare. Per questo il nuovo approccio non mira più soltanto a finanziare ricerca o a trasferirne i risultati, ma cerca di governare una catena molto più ampia: bisogno → ricerca → co-creazione → sperimentazione → dimostrazione → diffusione → investimento → adozione → trasformazione del sistema agroalimentare.

È questa, in definitiva, la traiettoria che conduce dall’Unione dell’innovazione del 2010 ad AgRI 2040 e Food 2040 del 2026.

Evoluzione della ricerca e innovazione agricola UE dal 2010 al 2026: Europa 2020, PEI-AGRI, Gruppi Operativi, AKIS, AgRI 2040 e Food 2040.

3. Dieci anni dopo: il bilancio della Commissione e le ragioni di AgRI 2040 e Food 2040

Il nuovo approccio del 2026 non nasce soltanto da un aggiornamento politico delle priorità europee. È preceduto da una ricognizione dell’esperienza maturata nel decennio precedente.

Il documento di lavoro SWD(2026) 271, che accompagna la comunicazione COM(2026) 453, ricostruisce i risultati dello Strategic Approach to EU Agricultural Research and Innovation e di Food 2030 e integra questa analisi con le consultazioni svolte nel 2025-2026. La sua funzione è quindi soprattutto quella di fornire la base conoscitiva del nuovo approccio AgRI 2040 e Food 2040.

Il perimetro dell’analisi deve però essere letto correttamente. Il documento non misura l’intera ricerca e innovazione agroalimentare europea né tutta la spesa pubblica e privata. La componente quantitativa riguarda soprattutto i progetti finanziati da Horizon 2020 e Horizon Europe nel periodo 2014-2024: Horizon 2020 è considerato integralmente, mentre per Horizon Europe sono inclusi soltanto i primi quattro anni.

Per agricoltura, silvicoltura e aree rurali, la Commissione contabilizza nel periodo 2014-2024 oltre 3 miliardi di euro investiti in 565 progetti di ricerca e innovazione. Il valore del decennio, tuttavia, non viene individuato soltanto nella quantità degli investimenti. Secondo lo SWD, il quadro del 2016 ha contribuito a strutturare la programmazione, mobilitare le comunità scientifiche, rafforzare la co-creazione con gli stakeholder e diffondere strumenti e metodi destinati ad avvicinare la ricerca alla pratica.

Tra i risultati più significativi vi è il progressivo rafforzamento del collegamento tra Programma quadro e PAC. Il PEI-AGRI, i Gruppi Operativi, le reti tematiche e gli AKIS hanno consolidato un modello nel quale la conoscenza deve circolare in entrambe le direzioni: dalla ricerca alla pratica e dalla pratica alla ricerca. Lo SWD registra oltre 5.200 Gruppi Operativi PEI-AGRI costituiti dal 2014 e più di 6.600 progetti programmati per il periodo 2023-2027, oltre a più di 60 reti tematiche finanziate dall’Unione.

Anche il bilancio di Food 2030 è positivo soprattutto sotto il profilo dell’approccio. La Commissione lo considera un quadro pionieristico perché ha contribuito a superare una visione settoriale del sistema alimentare, collegando nutrizione e salute, clima e sostenibilità, circolarità ed efficienza delle risorse, innovazione e comunità. Ha inoltre esteso la ricerca oltre la produzione primaria, verso trasformazione, distribuzione, consumo, sprechi e diete sane e sostenibili.

Il punto critico emerge, però, quando la Commissione passa dalla produzione della conoscenza alla sua utilizzazione effettiva.

Lo SWD riconosce che l’adozione dell’innovazione a livello aziendale resta difficile. Tra gli ostacoli vengono indicati il rischio economico, l’incertezza, la compatibilità delle nuove soluzioni con le pratiche esistenti, la fiducia nelle fonti di conoscenza e la resistenza al cambiamento. A questi fattori si aggiungono caratteristiche strutturali dell’agricoltura europea: presenza di molte piccole imprese, invecchiamento degli operatori, capacità di investimento limitata e minore connettività digitale delle aree rurali.

È questo il passaggio che spiega meglio il cambio di impostazione del 2026. Dopo un decennio di investimenti, reti, partenariati e strumenti di cooperazione, la criticità principale non viene più individuata nella mancanza di ricerca, ma nella capacità di trasformare i risultati della ricerca in innovazioni effettivamente adottate.

Alcuni indicatori del portafoglio Horizon rafforzano questa lettura. Nel settore agricolo la quota di finanziamento destinata alle Innovation Actions risulta inferiore rispetto ai programmi di riferimento, mentre prevalgono maggiormente Research and Innovation Actions e Coordination and Support Actions. La Commissione collega questa struttura anche a un minore effetto di leva e a una minore capacità di mobilitare co-investimenti. Nello stesso periodo 2014-2024 risultano inoltre 32 domande di diritti di proprietà intellettuale collegate ai progetti analizzati, tra cui 10 brevetti e 13 marchi. Questi dati non misurano da soli il successo della ricerca agricola, ma contribuiscono a spiegare la maggiore attenzione riservata dalla Commissione a valorisation, deployment e scale-up.

La stessa direzione emerge dalle consultazioni svolte tra il 2025 e il 2026. La consultazione sull’aggiornamento della strategia agricola ha raccolto 701 contributi da agricoltori, silvicoltori, ricercatori, imprese, organizzazioni e amministrazioni. Sul versante Food 2030, gli stakeholder chiedono di mantenere l’approccio sistemico, ma di renderlo più operativo, misurabile e orientato all’attuazione, con maggiore attenzione a competitività, resilienza, governance, dimostrazione, investimenti, competenze e market uptake.

Il bilancio della Commissione è quindi in chiaroscuro. Da una parte, il decennio 2014-2024 ha costruito un ecosistema europeo molto più articolato: ricerca collaborativa, approccio multi-attore, PEI-AGRI, AKIS, Gruppi Operativi, Living Labs, reti e partenariati. Dall’altra, permane una distanza significativa tra produzione della conoscenza e impatto effettivo.

Per il futuro, lo SWD indica quindi una direzione precisa: quadri più operativi, collegamenti più forti tra ricerca e deployment, maggiore attenzione agli utilizzatori, migliori sistemi di monitoraggio e governance, più investimenti, dimostrazione, competenze e strumenti capaci di sostenere il market and policy uptake.

La conclusione che prepara direttamente la sezione successiva può essere formulata così:

l’Unione europea ha ormai costruito un ecosistema capace di produrre ricerca e innovazione; la sfida diventa far funzionare meglio il passaggio dalla conoscenza all’adozione, dall’adozione all’investimento e dall’investimento alla trasformazione del sistema agroalimentare.

È da questa diagnosi che nascono AgRI 2040 e Food 2040.

Bilancio 2014-2024 della ricerca e innovazione agroalimentare UE: investimenti, Gruppi Operativi PEI-AGRI, criticità di adozione e nascita di AgRI 2040 e Food 2040.

4. AgRI 2040 e Food 2040: la nuova strategia europea per ricerca e innovazione nell’agricoltura e nei sistemi alimentari

Con la comunicazione COM(2026) 453 final dell’8 settembre 2026, la Commissione non si limita ad aggiornare un elenco di priorità scientifiche. Propone un nuovo modo di organizzare la politica europea di ricerca e innovazione per l’intero settore agroalimentare, inteso in senso ampio: agricoltura, silvicoltura, aree rurali e sistemi alimentari. Il punto di partenza è la constatazione che l’Europa dispone di una base scientifica solida, ma continua a soffrire di un innovation and deployment gap: i risultati della ricerca non si traducono ancora abbastanza rapidamente in produttività, sostenibilità, resilienza e nuove opportunità economiche.

La risposta della Commissione è costruita attorno a due quadri strettamente collegati: AgRI 2040, dedicato ad agricoltura, silvicoltura e aree rurali, e Food 2040, rivolto ai sistemi alimentari, comprese pesca e acquacoltura. Le questioni comuni devono essere affrontate congiuntamente, mentre i due framework mantengono specifiche aree di intervento.

La logica complessiva è più importante della distinzione formale tra i due quadri. La Commissione vuole rafforzare l’intera “innovation to investment journey”: ricerca, sviluppo, sperimentazione, dimostrazione, valorizzazione, investimento, diffusione e adozione devono essere considerate parti dello stesso processo. L’obiettivo dichiarato è anche aumentare l’uptake delle conoscenze e delle soluzioni prodotte dalla R&I e orientare più efficacemente gli investimenti.

Sei priorità comuni per AgRI 2040 e Food 2040

Prima di distinguere i due framework, la Commissione individua sei priorità trasversali destinate a guidarne l’attuazione e, in prospettiva, anche le azioni sostenute dal futuro Orizzonte Europa e dal Fondo europeo per la competitività nel QFP 2028-2034.

La prima riguarda competitività, startup e scale-up. La ricerca deve contribuire più direttamente alla capacità di ricercatori, innovatori, imprenditori, agricoltori, imprese e startup di sviluppare prodotti, tecnologie e nuovi modelli di attività. La seconda riguarda sicurezza alimentare, resilienza e preparedness: la R&I deve aiutare il sistema agroalimentare ad anticipare e gestire crisi climatiche, interruzioni delle catene di approvvigionamento, dipendenze esterne e rischi sistemici.

La terza priorità riguarda risorse naturali e circolarità. Ricerca e innovazione devono sostenere uso efficiente delle risorse, adattamento climatico, biodiversità, riduzione dell’inquinamento, bioeconomia e valorizzazione dei flussi di scarto. La quarta collega sicurezza di alimenti e mangimi, nutrizione e salute, anche attraverso l’approccio One Health. La quinta introduce esplicitamente la fairness, chiedendo che innovazione e trasformazione producano benefici distribuiti lungo le catene del valore, tra agricoltori, imprese, consumatori, territori e generazioni. La sesta riguarda infine la cooperazione internazionale, necessaria per affrontare sfide agroalimentari che non possono essere risolte esclusivamente entro i confini dell’Unione.

Queste priorità mostrano già un cambiamento importante. La R&I non viene più valutata soltanto per il suo contributo alla produzione di conoscenza, ma anche per la capacità di incidere sulla competitività, sulla sicurezza economica, sull’autonomia strategica, sulla qualità della vita e sulla resilienza dei sistemi produttivi.

Tre fattori abilitanti: governance, tecnologie, territori e comunità

La Commissione individua poi alcuni fattori abilitanti comuni senza i quali le priorità scientifiche rischierebbero di produrre un impatto limitato.

Il primo è la governance. Innovazione agricola e alimentare richiedono coordinamento tra discipline, settori, livelli istituzionali e categorie di stakeholder. La R&I deve anche diventare uno strumento per migliorare le politiche pubbliche, producendo evidenze, confrontando soluzioni e aiutando amministrazioni e operatori a capire quali interventi funzionino nei diversi contesti territoriali.

Il secondo abilitatore è costituito dalle tecnologie. Intelligenza artificiale, dati, biotecnologie e soluzioni digitali vengono considerate strumenti trasversali per trasformare agricoltura, foreste, industria alimentare e comportamenti di consumo. La strategia insiste però non soltanto sullo sviluppo tecnologico, ma sulla sua effettiva utilizzabilità, sui profili etici e sociali e sulla capacità di integrazione nei processi produttivi reali.

Il terzo abilitatore è rappresentato da territori e comunità. L’adozione dell’innovazione dipende dalla partecipazione di agricoltori, imprese, consumatori e attori locali e dalla capacità di adattare le soluzioni alle condizioni territoriali. Regioni e territori vengono quindi considerati veri e propri ambienti di innovazione, nei quali tecnologie, innovazioni sociali e nuovi modelli di governance possono essere sperimentati e adattati.

Per autorità di gestione, università, consulenti e imprese questo passaggio è particolarmente rilevante: la futura politica di R&I non sarà costruita soltanto attorno a temi scientifici, ma attorno a ecosistemi capaci di collegare conoscenza, infrastrutture, competenze, imprese, territori e investimenti.

4.1 AgRI 2040: dalla ricerca agricola all’adozione dell’innovazione

AgRI 2040 sarà il quadro generale della ricerca e innovazione europea per agricoltura, silvicoltura e aree rurali. La Commissione lo concepisce come un framework dinamico: dovrà individuare esigenze tematiche e trasversali attraverso analisi basate sulle evidenze e co-creazione con gli stakeholder e potrà essere aggiornato in funzione dell’evoluzione del contesto.

Non è, quindi, un nuovo programma di finanziamento. È piuttosto una cornice strategica destinata a orientare le future priorità e a mobilitare programmi, strumenti e partner attorno a segmenti definiti delle catene del valore. La Commissione precisa che particolare attenzione dovrà essere riservata alla trasformazione dei risultati della ricerca in startup, scale-up e industrial deployment, ma anche alla loro diffusione e adozione da parte di agricoltori, silvicoltori e comunità rurali. Nello stesso quadro viene confermato il rafforzamento degli AKIS, dei flussi di conoscenza, dei servizi di consulenza, delle competenze e dell’innovation uptake.

Qui si coglie bene il salto di qualità rispetto al passato. AgRI 2040 non cerca soltanto di produrre nuova conoscenza scientifica; cerca di organizzare le condizioni affinché essa venga sperimentata, adattata, dimostrata e utilizzata.

La Commissione individua otto aree preliminari di azione, che saranno ulteriormente sviluppate con gli stakeholder.

La prima riguarda suolo, agroecosistemi, acqua e nutrienti. L’obiettivo è collegare salute del suolo, gestione delle risorse idriche, biodiversità, resilienza climatica e produttività agricola. Rientrano qui agroecologia, agricoltura biologica, carbon farming, agroforestazione, nature-based solutions, recupero circolare dei nutrienti e Living Labs per sperimentare soluzioni in condizioni reali.

La seconda riguarda i sistemi colturali, con particolare attenzione alla resilienza climatica, alla salute delle piante, alla protezione a basso rischio, al miglioramento genetico, alle biotecnologie, alle tecnologie di precisione e alle colture proteiche.

La terza interessa i sistemi zootecnici, chiamati a migliorare contemporaneamente competitività, benessere animale, salute, biosicurezza, efficienza delle risorse e riduzione dell’impatto ambientale.

Una quarta area riguarda la bioeconomia in agricoltura, silvicoltura e aree rurali. La Commissione collega qui uso sostenibile della biomassa, biomanufacturing, fertilizzanti e prodotti bio-based, energie rinnovabili, valorizzazione locale di sottoprodotti e residui e nuovi modelli di business capaci di generare reddito aggiuntivo per produttori primari e comunità rurali.

Una quinta area è dedicata alle foreste multifunzionali, con attenzione alla gestione sostenibile, alla resilienza degli ecosistemi forestali, agli incendi, alle malattie, al carbonio forestale, all’agroforestazione e allo sviluppo della bioeconomia forestale.

La sesta riguarda le aree rurali. Qui la R&I viene collegata direttamente ad attrattività dei territori, ricambio generazionale, imprenditorialità giovanile e femminile, servizi pubblici, mobilità, connettività digitale, formazione e nuovi posti di lavoro. Il territorio rurale non è dunque più soltanto il luogo nel quale applicare innovazioni agricole, ma un vero spazio di innovazione economica e sociale.

La settima area punta a una catena agroalimentare più forte, intervenendo sulla posizione degli agricoltori, sui costi della transizione, sulle filiere corte e regionali, sulla trasformazione e commercializzazione locale, sui nuovi modelli di business e sui collegamenti urbano-rurali.

L’ottava area riguarda digitalizzazione, intelligenza artificiale e robotica. Il tema non viene affrontato soltanto in termini di sviluppo tecnologico, ma soprattutto di accessibilità e adozione: le soluzioni digitali devono essere utilizzabili anche dalle aziende agricole di piccola e media dimensione, integrate nei processi quotidiani e accompagnate da competenze, consulenza e dimostrazione dei benefici.

Questo rende AgRI 2040 particolarmente interessante per chi opera nella progettazione europea. I futuri interventi non saranno necessariamente riconducibili a una singola tecnologia o a un singolo settore produttivo: crescerà l’importanza di progetti capaci di collegare ricerca, dimostrazione, imprese, consulenza, competenze, territorio e adozione.

La Commissione introduce inoltre una nozione molto utile per capire come intende accelerare l’adozione dell’innovazione. Le soluzioni devono poter essere diffuse in tre direzioni: scaling out, raggiungendo più utilizzatori e territori; scaling up, modificando politiche e condizioni regolatorie per favorirne l’adozione; e scaling deep, incidendo su pratiche, valori e comportamenti.

È una concezione molto più ampia della tradizionale disseminazione dei risultati.

4.2 Food 2040: dalla ricerca sui sistemi alimentari alla loro trasformazione

Food 2040 parte dall’esperienza di Food 2030, ma introduce una maggiore attenzione all’attuazione, alla diffusione delle innovazioni e alla loro capacità di trasformare realmente i sistemi alimentari.

La Commissione individua sei aree di azione, finalizzate alla co-creazione delle attività di R&I e alla più efficace identificazione, diffusione e adozione dei risultati.

La prima riguarda i sistemi alimentari territoriali – place-based food systems. Regioni, città, territori rurali e relazioni urbano-rurali vengono considerati luoghi nei quali sperimentare innovazioni tecnologiche e sociali. Living Labs, reti di città, spazi di co-creazione e Regional Innovation Valleys possono diventare infrastrutture per costruire sistemi alimentari locali più resilienti e inclusivi.

La seconda riguarda diete sane e sostenibili. La R&I dovrà intervenire su qualità nutrizionale, sicurezza alimentare, diversificazione delle fonti proteiche, microbioma, reformulation degli alimenti, accessibilità economica e determinanti sociali e culturali delle scelte alimentari.

La terza area riguarda efficienza delle risorse e zero pollution nei sistemi alimentari: riduzione degli sprechi, decarbonizzazione della trasformazione e distribuzione, packaging sostenibile, uso più efficiente delle risorse ed eliminazione progressiva della dipendenza da input fossili.

La quarta area è dedicata agli ambienti alimentari e all’empowerment dei consumatori. La Commissione vuole approfondire come disponibilità, prezzo, accessibilità, etichettatura, packaging, distribuzione, marketing e social media influenzino le scelte alimentari e come queste condizioni possano essere modificate per rendere le opzioni sane e sostenibili più accessibili e trasparenti.

La quinta area rappresenta forse la novità più direttamente collegata alla diagnosi dello SWD: scaling innovations, business models and fair food systems solutions. La Commissione vuole portare più spesso i risultati della R&I verso applicazioni commerciali, nuove imprese, tecnologie e modelli di business. Per farlo servono collaborazione tra università, industria e infrastrutture, capitale, partenariati appropriati e sostegno tecnico e finanziario dal pilot al mercato.

La sesta area riguarda gli alimenti acquatici, integrando ricerca su pesca e acquacoltura, sicurezza alimentare, biodiversità, resilienza climatica, blue bioeconomy, nuovi processi produttivi e valorizzazione di biomasse oggi sottoutilizzate.

Food 2040 amplia, quindi, ulteriormente il concetto di politica della ricerca agroalimentare. Il suo oggetto non è soltanto l’innovazione dell’industria alimentare, ma il funzionamento complessivo del sistema: produzione, trasformazione, distribuzione, consumatori, salute, territori, ambiente e modelli di business.

Due quadri distinti, un unico sistema dell’innovazione

AgRI 2040 e Food 2040 mantengono dunque campi di intervento differenti, ma la loro architettura converge chiaramente.

Entrambi richiedono approcci sistemici e multi-attore; entrambi attribuiscono un ruolo crescente ai territori e alle comunità; entrambi insistono su dimostrazione, diffusione, investimenti, competenze e condizioni regolatorie; entrambi cercano di ridurre la distanza tra ricerca e mercato e tra innovazione e adozione.

Il messaggio per i diversi attori del sistema è abbastanza netto.

Per le università e gli organismi di ricerca, sarà sempre meno sufficiente produrre risultati scientificamente eccellenti: conteranno anche co-creazione, dimostrazione, valorizzazione e connessione con utilizzatori e investitori.

Per le imprese agricole e agroalimentari, il nuovo approccio amplia lo spazio per partecipare non soltanto come destinatari finali, ma come soggetti che contribuiscono a definire bisogni, sperimentare soluzioni e accompagnarne lo scale-up.

Per le autorità pubbliche e le autorità di gestione, R&I, PAC, politiche territoriali, infrastrutture, competenze e sostegno agli investimenti tenderanno a intrecciarsi sempre più.

Per i consulenti e gli intermediari dell’innovazione, crescerà la funzione di collegamento tra ricerca, imprese, reti, finanza e territori.

In questo senso, la COM(2026) 453 segna un passaggio importante: da una politica che finanziava principalmente progetti di ricerca e innovazione a una politica che prova a organizzare l’intero ecosistema necessario affinché la conoscenza diventi innovazione, l’innovazione trovi investimento e l’investimento produca adozione e trasformazione.

È su questo punto che la strategia del 2026 incontra direttamente il prossimo QFP 2028-2034. AgRI 2040 e Food 2040 indicano la direzione; la questione successiva è capire attraverso quali programmi e strumenti finanziari questa direzione verrà attuata.

Architettura di AgRI 2040 e Food 2040: sei priorità comuni, governance, tecnologie, territori e percorso dalla ricerca all’investimento e all’adozione.

5. Dal quadro strategico al QFP 2028-2034: le due gambe del finanziamento della ricerca e innovazione agroalimentare

AgRI 2040 e Food 2040 definiscono la direzione strategica della politica europea di ricerca e innovazione agroalimentare, ma non sono programmi di finanziamento. La loro attuazione dipenderà dagli strumenti del prossimo quadro finanziario pluriennale 2028-2034.

Come già avviene oggi, ricerca e innovazione in agricoltura continueranno a essere sostenute attraverso strumenti differenti e complementari. La prima gamba è costituita dalla politica agricola comune post 2027, soprattutto per quanto riguarda cooperazione, PEI-AGRI, Gruppi Operativi, AKIS, consulenza, formazione, dimostrazione e adozione delle innovazioni. La seconda è costituita dal nuovo Orizzonte Europa 2028-2034, che continuerà a finanziare ricerca e innovazione e che, nella proposta della Commissione, sarà molto più strettamente coordinato con il nuovo Fondo europeo per la competitività.

La distinzione resta quindi importante: PAC e Programma quadro non svolgono la stessa funzione, ma intervengono su segmenti diversi dello stesso percorso che conduce dalla produzione della conoscenza alla sua utilizzazione nelle imprese e nei territori.

5.1 La PAC 2028-2034: portare innovazione e conoscenza nelle aziende e nei territori

La proposta della Commissione per la PAC 2028-2034, COM(2025) 560 final del 16 luglio 2025, si colloca nella nuova architettura dei Piani di partenariato nazionale e regionale (NRP). La programmazione agricola non dovrebbe quindi più essere organizzata attraverso un Piano strategico PAC autonomo come nel periodo 2023-2027, ma essere inserita nel più ampio sistema di programmazione nazionale e regionale del nuovo QFP.

Per la ricerca e l’innovazione, tuttavia, vi è una forte continuità con il modello costruito negli ultimi quindici anni. Tra gli obiettivi della proposta compare esplicitamente quello di accelerare l’innovazione, migliorare l’accesso alla conoscenza e accelerare la transizione digitale, attraverso il rafforzamento degli AKIS, l’accesso a servizi di consulenza qualificati, la formazione e una più ampia diffusione delle soluzioni digitali.

Il cuore di questa architettura è contenuto negli articoli 19 e 20 della proposta.

L’articolo 19 conferma il PEI-AGRI e i Gruppi Operativi. Gli Stati membri dovranno sostenere la preparazione e l’attuazione dei progetti dei Gruppi Operativi, la diffusione dei loro risultati e attività di innovazione, formazione, consulenza, sviluppo delle competenze e condivisione delle conoscenze. L’obiettivo del PEI-AGRI resta quello di accelerare lo sviluppo e l’utilizzo delle innovazioni, migliorando lo scambio di conoscenze e creando sinergie tra politiche, attori e strumenti.

Viene inoltre confermato il modello interattivo di innovazione. I progetti devono partire dalle esigenze concrete di agricoltori, silvicoltori e attori rurali, riunire competenze complementari – ricerca, mondo accademico, comunità agricola e, quando necessario, operatori della filiera – ed essere co-creati dagli attori coinvolti. La proposta arriva a escludere dal sostegno le attività di innovazione che coinvolgano esclusivamente organismi di ricerca.

Questo punto è particolarmente significativo: nella futura PAC l’innovazione agricola continua a non coincidere con il finanziamento della ricerca scientifica. La sua funzione è creare interazione tra conoscenza e pratica.

L’articolo 20 attribuisce invece un ruolo centrale agli AKIS. Ogni Stato membro dovrà indicare nel proprio Piano NRP come le nuove conoscenze e le innovazioni raggiungeranno effettivamente agricoltori e silvicoltori. Il sistema dovrà organizzare i flussi tra ricercatori, consulenti, professionisti, reti PAC e altri stakeholder, assicurare consulenza qualificata e sostenere i Gruppi Operativi. Particolarmente importante è la previsione di un vero e proprio piano per migliorare la diffusione e la dimostrazione su larga scala dei risultati della ricerca e delle soluzioni innovative.

Qui il raccordo con AgRI 2040 è evidente. La PAC interviene soprattutto nella parte dell’innovation journey in cui una conoscenza o una soluzione deve essere adattata, dimostrata, diffusa e incorporata nella pratica.

In termini molto schematici, la funzione della prima gamba può essere rappresentata così:

PEI-AGRI → Gruppi Operativi → AKIS → consulenza e formazione → dimostrazione → diffusione → adozione.

La futura PAC continua quindi a svolgere soprattutto una funzione di infrastruttura dell’adozione dell’innovazione.

5.2 Orizzonte Europa 2028-2034 e Fondo europeo per la competitività: dalla ricerca all’investimento

La seconda gamba è costituita dal futuro Orizzonte Europa 2028-2034.

Il 16 luglio 2025 la Commissione ha presentato la proposta di regolamento COM(2025) 543 final, che istituisce il nuovo Programma quadro, e la proposta di decisione COM(2025) 544 final, relativa al programma specifico che ne assicurerà l’attuazione. Nello stesso giorno è stata presentata anche la proposta di regolamento COM(2025) 555 final, che istituisce il Fondo europeo per la competitività (ECF).

Per il nostro tema, il dato più importante non è tanto la nuova struttura complessiva di Orizzonte Europa, quanto il suo rapporto con il Fondo europeo per la competitività.

Il Programma quadro mantiene una dotazione autonoma di 175,002 miliardi di euro a prezzi correnti. La parte II, “Competitività e società”, riceverebbe 75,876 miliardi; all’interno di questa, 19,650 miliardi di euro sono destinati alle attività di innovazione e ricerca collaborativa riferite all’ambito ECF “Salute, biotecnologie, agricoltura e bioeconomia”.

È importante non interpretare questa cifra come un budget per la sola agricoltura: salute, biotecnologie, agricoltura e bioeconomia costituiscono un unico ampio ambito di intervento e la proposta non assegna, a questo livello, una quota specifica alla sola R&I agricola.

La novità è piuttosto nel modello di programmazione.

Il pilastro “Competitività e società” di Orizzonte Europa avrà una struttura analoga agli ambiti di intervento dell’ECF, con l’obiettivo dichiarato di assicurare un sostegno coerente lungo l’intero percorso di investimento. La ricerca collaborativa resterà dentro Orizzonte Europa, mentre la programmazione sarà costruita in stretto raccordo con il Fondo europeo per la competitività; anche i partenariati europei continueranno a essere strumenti centrali e dovranno operare in sinergia con l’ECF.

Il programma specifico conferma questa integrazione: esso comprende espressamente anche le attività di ricerca collaborativa svolte negli ambiti di intervento del Fondo europeo per la competitività.

L’ECF, a sua volta, prevede uno specifico capo dedicato a salute, biotecnologie, agricoltura e bioeconomia e i relativi programmi di lavoro dovranno essere coerenti con le attività sostenute dal Programma quadro.

È qui che la strategia AgRI 2040 trova la sua seconda traduzione finanziaria.

Orizzonte Europa continuerà a sostenere la produzione di conoscenza, la ricerca collaborativa, lo sviluppo delle tecnologie, la validazione e l’innovazione. Il Fondo europeo per la competitività dovrebbe invece aiutare a proseguire il percorso verso dimostrazione, de-risking, investimento, scale-up e diffusione sul mercato.

Il confine tra i due strumenti non sarà netto; al contrario, la proposta cerca deliberatamente di costruire continuità tra le diverse fasi.

Per il settore agroalimentare, la seconda gamba può quindi essere rappresentata così:

ricerca → ricerca collaborativa → sviluppo e validazione → dimostrazione → valorizzazione → investimento → startup e scale-up.

Due gambe, un unico percorso dell’innovazione

Il quadro 2028-2034 che emerge dalle proposte della Commissione è quindi relativamente chiaro.

Da un lato, la PAC porta la ricerca e l’innovazione verso le imprese e i territori attraverso PEI-AGRI, Gruppi Operativi, AKIS, consulenza, formazione e dimostrazione.

Dall’altro, Orizzonte Europa, in coordinamento con il Fondo europeo per la competitività, sostiene la produzione e lo sviluppo della conoscenza e cerca di accompagnare più efficacemente i risultati verso investimento, valorizzazione e mercato.

I confini non saranno rigidi. Al contrario, l’obiettivo è costruire un sistema nel quale i diversi strumenti possano operare lungo uno stesso percorso.

È questa la traduzione finanziaria dell’idea centrale di AgRI 2040 e Food 2040:

dalla ricerca alla sperimentazione, dalla sperimentazione all’investimento, dall’investimento all’adozione nelle imprese e nei territori.

In altri termini, nel QFP 2028-2034 la sfida non sarà soltanto individuare quanto finanziare per ricerca e innovazione agroalimentare, ma soprattutto riuscire a collegare le due gambe del sistema, evitando che la conoscenza prodotta da Orizzonte Europa resti separata dai meccanismi attraverso i quali la PAC ne favorisce la diffusione e l’adozione.

AgRI 2040 e Food 2040 nel QFP 2028-2034: due gambe finanziarie tra PAC, PEI-AGRI e AKIS da un lato, Orizzonte Europa ed ECF dall’altro.

6. Focus Italia: dalla capacità di ricerca alla capacità di adottare innovazione

Il quadro delineato da AgRI 2040 e Food 2040 acquista un significato concreto quando viene confrontato con la capacità dei singoli Stati membri di produrre conoscenza, trasformarla in innovazione e diffonderla nelle imprese e nei territori.

Per l’Italia conviene distinguere tre piani, che le statistiche disponibili misurano con strumenti diversi. Il primo riguarda la capacità complessiva del sistema nazionale di produrre ricerca e sviluppo; il secondo la propensione delle aziende agricole ad adottare innovazioni; il terzo l’infrastruttura dell’innovazione agricola, cioè l’insieme di PEI-AGRI, Gruppi Operativi, AKIS, consulenza, formazione, reti e strumenti che dovrebbero collegare ricerca e pratica.

La distinzione è metodologicamente importante. Il rapporto ISTAT sulla ricerca e sviluppo misura la R&S secondo le definizioni del Manuale di Frascati e riguarda imprese, istituzioni pubbliche, Università e non profit; l’Indagine Multiscopo dell’Agricoltura 2024 misura invece comportamenti e strategie delle aziende agricole; CREA, Rete PAC e Innovarurale consentono infine di osservare l’organizzazione del sistema attraverso cui conoscenze e innovazioni dovrebbero raggiungere le imprese.

6.1 La capacità italiana di produrre ricerca e sviluppo

Il punto di partenza è il sistema nazionale della R&S.

Secondo l’ISTAT, nel 2023 la spesa italiana per ricerca e sviluppo intra-muros ha raggiunto 29,4 miliardi di euro, con un aumento nominale del 7,7% rispetto al 2022. Le imprese hanno realizzato oltre 17,1 miliardi di euro di spesa, pari al 58,4% del totale; le Università il 25% e le istituzioni pubbliche il 14,9%. Gli addetti alla R&S sono stati complessivamente circa 348 mila equivalenti a tempo pieno.

Anche la struttura del finanziamento è significativa. Le imprese finanziano il 51,1% della spesa complessiva in R&S, le istituzioni pubbliche il 36,9% e i finanziatori esteri il 9,8%. Il sistema italiano resta quindi caratterizzato da una forte componente privata, accompagnata da un ruolo rilevante della ricerca pubblica e universitaria.

Questi numeri, tuttavia, descrivono l’intero sistema nazionale della ricerca e non possono essere utilizzati come misura diretta della R&S agricola.

La distribuzione per disciplina mostra infatti che oltre metà della spesa complessiva è assorbita dalle scienze ingegneristiche e dalla ricerca tecnologica; seguono le scienze naturali con il 15% e quelle mediche e sanitarie con il 13,6%. Le scienze agrarie sono comprese nella classificazione ISTAT, ma il rapporto sintetico non restituisce nel testo una quota nazionale autonoma sufficientemente dettagliata da consentire una valutazione robusta della sola ricerca agricola.

È, quindi, preferibile non utilizzare il rapporto generale ISTAT per concludere semplicemente che l’Italia “investe molto” o “investe poco” in ricerca agricola.

Il dato utile per il nostro ragionamento è un altro: l’Italia dispone di un sistema articolato di ricerca pubblica, universitaria e privata, nel quale la ricerca applicata rappresenta la componente principale della spesa complessiva – oltre 12 miliardi di euro nel 2023 – mentre lo sviluppo sperimentale pesa per il 32,7%.

Per l’agricoltura, quindi, la domanda decisiva non riguarda soltanto la capacità di produrre conoscenza, ma la capacità di farla uscire dagli organismi di ricerca e trasformarla in innovazioni effettivamente utilizzate.

Ed è proprio passando dalla R&S all’innovazione che il quadro italiano diventa più problematico.

6.2 La capacità delle aziende agricole italiane di adottare innovazioni

L’Indagine Multiscopo dell’Agricoltura 2024, realizzata dall’ISTAT nell’ambito del Censimento permanente dell’agricoltura, fornisce un quadro particolarmente utile perché osserva direttamente i comportamenti innovativi delle imprese agricole.

Il dato principale è netto: soltanto il 12% delle aziende agricole italiane dichiara di avere realizzato negli ultimi cinque anni interventi per innovare la tecnica di produzione o la gestione aziendale.

Dietro questa media nazionale si nascondono differenze territoriali molto ampie. Nel Nord-est la quota di aziende innovatrici arriva al 24,5% e nel Nord-ovest al 19,4%; scende al 10% nel Centro, al 6,2% nel Sud e all’8,1% nelle Isole. La dimensione aziendale incide altrettanto chiaramente: innova il 7,9% delle aziende fino a 10 ettari, contro il 34,6% delle aziende con oltre 50 ettari.

L’innovazione produce inoltre benefici percepiti con chiarezza dalle imprese che la adottano. L’82,2% segnala un miglioramento nell’ottimizzazione della produzione, il 72,5% nella gestione dei mezzi produttivi e il 63,6% nella riduzione dei costi operativi.

Il problema, quindi, non sembra essere l’utilità dell’innovazione una volta adottata, quanto la capacità di ampliarne la platea degli utilizzatori.

Interessante è anche capire come matura la decisione di innovare. L’86,6% delle aziende innovatrici dichiara che la scelta è nata internamente all’impresa. Tra i canali esterni, le associazioni di categoria rappresentano quello più importante, influenzando il 28,3% delle decisioni; seguono gli altri operatori del settore con il 10,4%.

Il finanziamento presenta una dinamica analoga. Il 76,5% delle aziende innovatrici utilizza risorse proprie, mentre il 40,3% dichiara di avere fatto ricorso alla PAC. Quest’ultima percentuale sale al 59,7% nel Sud, al 54,5% nelle Isole e al 52,6% nel Centro, mentre è più bassa nel Nord-est, dove si ferma al 25%.

Il dato suggerisce un punto interessante per la politica pubblica: proprio nei territori nei quali la propensione spontanea all’innovazione è più debole, la PAC tende ad assumere un peso relativamente maggiore nel finanziamento degli investimenti innovativi.

Anche le competenze costituiscono un elemento decisivo. Il 50,2% delle aziende che hanno innovato ha ritenuto necessario potenziare le competenze tecniche della propria forza lavoro, con un fabbisogno particolarmente elevato nel Mezzogiorno.

Il quadro ISTAT è quindi coerente con la diagnosi europea che abbiamo visto nello SWD(2026) 271 e in AgRI 2040: la difficoltà non consiste soltanto nel produrre innovazioni, ma nel creare le condizioni economiche, professionali e organizzative che consentano alle imprese di adottarle.

Nel caso italiano questa difficoltà appare amplificata da due elementi strutturali: forti differenze territoriali e forte correlazione tra innovazione e dimensione aziendale.

Il dato del 12% diventa così un indicatore importante non tanto della qualità della ricerca italiana, quanto della capacità del sistema di trasformare conoscenze e tecnologie in innovazioni diffuse.

6.3 L’infrastruttura italiana dell’innovazione agricola: PEI-AGRI, AKIS e Rete PAC

Fra la produzione della conoscenza e la decisione dell’impresa di adottare un’innovazione esiste però un passaggio intermedio. È quello che la politica europea definisce Agricultural Knowledge and Innovation System – AKIS.

Ed è qui che il sistema italiano dispone già di una infrastruttura articolata.

Il Piano Strategico della PAC 2023-2027 assegna alla modernizzazione e agli AKIS un ruolo esplicito. Secondo una ricostruzione del CREA, il Piano destina circa 490 milioni di euro a interventi di innovazione e condivisione delle conoscenze, comprendendo formazione, consulenza e cooperazione fra imprese e altri soggetti.

Il cuore operativo continua a essere rappresentato dai Gruppi Operativi del PEI-AGRI.

Il CREA li definisce come partenariati multi-attore nei quali imprese agricole e forestali, ricerca, consulenti, servizi di supporto all’innovazione e altri soggetti cooperano per sviluppare soluzioni a problemi concreti delle imprese e dei sistemi rurali. Secondo la banca dati Innovarurale, al 16 maggio 2023 risultavano 682 Gruppi Operativi attivati nell’ambito della precedente programmazione.

Il numero va letto con attenzione: si riferisce al patrimonio costruito entro quella data e non rappresenta il totale attuale o futuro dei progetti della programmazione 2023-2027. È però sufficiente a mostrare che l’Italia ha sviluppato una base significativa di esperienza nell’innovazione interattiva.

Non si tratta soltanto di quantità. Nell’ambito delle attività della Rete Rurale Nazionale, il CREA ha realizzato anche un’analisi dell’applicazione italiana dell’approccio interattivo coinvolgendo 270 Gruppi Operativi attraverso un’indagine quantitativa e approfondendo dieci casi studio, con l’obiettivo di valutarne l’efficacia e fornire indicazioni per la programmazione successiva.

La programmazione 2023-2027 prova ora a collocare questi strumenti dentro un sistema più organico.

Il portale ufficiale degli indicatori del Piano Strategico Nazionale, gestito dal CREA, prevede indicatori specifici per il numero di progetti dei Gruppi Operativi PEI, per le persone raggiunte da consulenza, formazione e scambio di conoscenze, per i consulenti integrati negli AKIS e per la quota di aziende agricole sostenute dalla PAC nell’adozione di tecnologie digitali.

Questo passaggio è importante perché sposta l’attenzione dal semplice finanziamento dei singoli progetti alla capacità di osservare il funzionamento dell’intero sistema della conoscenza.

Anche la governance si è progressivamente strutturata. Nell’attuale programmazione operano un Coordinamento nazionale AKIS e forme di coordinamento regionale; la Rete PAC rappresenta uno degli strumenti attraverso cui amministrazioni, ricerca, consulenza e territori sono messi in relazione. Un’iniziativa nazionale organizzata nel 2025 da CREA e Rete PAC ha dedicato specifiche sessioni ai meccanismi di governance, al Coordinamento nazionale, ai coordinamenti regionali, ai Gruppi Operativi, alla consulenza e alla formazione, arrivando già a discutere le prospettive AKIS NextGen per il 2028-2034.

Non è un dettaglio organizzativo.

Se AgRI 2040 chiede di accelerare uptake, dimostrazione e diffusione delle innovazioni, il punto decisivo per l’Italia sarà proprio la capacità di far funzionare l’AKIS come sistema, e non come somma di strumenti separati.

Il CREA stesso, nel marzo 2026, ha descritto l’AKIS come uno strumento chiave per portare tecnologie, conoscenze e buone pratiche direttamente nelle aziende e ha indicato come obiettivo la costruzione di una rete nazionale dell’innovazione integrata ed efficace.

È probabilmente questa la prospettiva più utile con cui leggere il sistema italiano in vista del 2028-2034.

L’Italia dispone infatti di molti degli elementi necessari: un sistema pubblico e universitario di ricerca, il CREA e altri organismi scientifici, un’esperienza ormai consolidata dei Gruppi Operativi, servizi di consulenza e formazione, reti nazionali e regionali, strumenti PAC e una governance AKIS in progressivo consolidamento.

La questione è la connessione fra questi elementi.

La sfida italiana: trasformare l’infrastruttura dell’innovazione in capacità di adozione

Il confronto tra le fonti restituisce quindi un quadro più complesso di quello che emergerebbe osservando soltanto la spesa in ricerca.

Da una parte, l’Italia dispone di una base di R&S articolata e di una infrastruttura specifica per l’innovazione agricola costruita nell’arco di oltre un decennio.

Dall’altra, l’Indagine Multiscopo dell’Agricoltura mostra che soltanto il 12% delle aziende ha introdotto negli ultimi cinque anni innovazioni tecniche o gestionali, con divari territoriali e dimensionali molto marcati.

Naturalmente i due dati non consentono di stabilire un rapporto causale. Non sarebbe corretto concludere che il basso tasso di innovazione aziendale sia la conseguenza di un malfunzionamento degli AKIS o dei Gruppi Operativi: le fonti disponibili non permettono una simile inferenza.

Indicano però con chiarezza la questione strategica.

Per l’Italia la sfida di AgRI 2040 potrebbe non essere semplicemente produrre più ricerca o finanziare un numero maggiore di progetti, ma migliorare il funzionamento della catena:

ricerca → co-creazione → sperimentazione → dimostrazione → consulenza → investimento → adozione.

È precisamente lo stesso percorso che abbiamo visto emergere nella strategia europea.

In questo senso, il passaggio al QFP 2028-2034 pone una responsabilità particolare sul sistema italiano: utilizzare la futura PAC, i Piani di partenariato, Orizzonte Europa e gli strumenti per la competitività non come circuiti paralleli, ma come parti di un unico ecosistema nazionale dell’innovazione.

La domanda conclusiva, quindi, non è se l’Italia disponga di ricerca, progetti e strutture dedicate all’innovazione agricola. Tutti questi elementi esistono.

La domanda è quanto efficacemente riusciranno a lavorare insieme, trasformando la conoscenza prodotta dal sistema scientifico in innovazioni accessibili anche alle aziende più piccole e ai territori che oggi innovano meno.

È probabilmente su questa capacità di connessione e di assorbimento che si misurerà, anche in Italia, il successo di AgRI 2040, Food 2040 e della nuova programmazione europea 2028-2034.

7. Conclusioni: dalla ricerca all’adozione dell’innovazione

Il percorso ricostruito in questo articolo mostra come la politica europea di ricerca e innovazione in agricoltura sia progressivamente cambiata. Dal PEI-AGRI e dai primi Gruppi Operativi si è passati a un ecosistema più articolato, nel quale ricerca, co-creazione, sperimentazione, consulenza, investimento e adozione devono essere considerati come fasi di uno stesso processo.

Con AgRI 2040 e Food 2040, la Commissione compie un ulteriore passo. La questione non è più soltanto finanziare buona ricerca, ma ridurre la distanza tra risultati scientifici e loro effettivo utilizzo. Da qui l’attenzione crescente a dimostrazione, valorizzazione, deployment, scale-up, investimento e uptake.

Le proposte per il QFP 2028-2034 traducono questa impostazione in una nuova architettura finanziaria. La PAC continuerà a sostenere soprattutto il collegamento tra conoscenza e pratica attraverso PEI-AGRI, Gruppi Operativi, AKIS, consulenza e formazione; Orizzonte Europa, in coordinamento con il Fondo europeo per la competitività, dovrà accompagnare la ricerca verso sviluppo, innovazione, valorizzazione e investimento.

Per l’Italia la sfida è particolarmente concreta. Il sistema dispone di ricerca, competenze, reti, Gruppi Operativi e strumenti PAC, ma i dati ISTAT mostrano che l’innovazione resta ancora concentrata in una parte limitata delle aziende e fortemente differenziata per territorio e dimensione.

Il successo della nuova strategia europea dipenderà quindi non soltanto dalle risorse disponibili, ma dalla capacità di connettere meglio ricerca, imprese, consulenza, territori e investimenti.

È probabilmente questa la vera sfida di AgRI 2040 e Food 2040: fare in modo che la conoscenza non resti confinata nei progetti di ricerca, ma diventi innovazione diffusa, adottata e capace di trasformare concretamente il sistema agricolo e agroalimentare europeo.

ACCESSO DIRETTO ALLE FONTI DI INFORMAZIONE:

  • Comunicazione della Commissione europea, Nuovo approccio strategico alla ricerca e all’innovazione per un’agricoltura, una silvicoltura, zone rurali e sistemi alimentari competitivi, resilienti e sostenibili Preparare il settore agroalimentare dell’UE al futuro attraverso AgRI 2040 e Food 2040, doc. COM(2026) 453 dell’8 settembre 2026
  • COMMISSION STAFF WORKING DOCUMENT, Analytical overview of the achievements of the 2016 strategic approach to agricultural research and innovation and Food 2030 research and innovation framework and insights from stakeholder consultation activities, doc. SWD(2026) 271 dell’8 settembre 2026

Approfondimenti sui quadri finanziari pluriennali (QFP) dell’Unione europea:

Tutti gli articoli della serie speciale dedicata al quadro finanziario pluriennale UE 2028-2034 sono disponibili nella pagina del blog denominata “Analisi” alla quale si rinvia.

Gli atti citati sono reperibili nella banca dati della serie speciale dedicata al QFP 2028-2034 e nella Timeline del negoziato.

Approfondimenti su Orizzonte Europa e sui programmi europei di ricerca e innovazione:

17 aprile 2026 – QFP 2028-2034 | Il futuro dei partenariati in Orizzonte Europa
28 novembre 2025 – QFP 2028-2034 | Fondo per la competitività e Orizzonte Europa
20 giugno 2025 – A che punto è la ricerca europea? 5 segnali strategici da non perdere
1 novembre 2024 – Futuro della ricerca e innovazione UE: analisi strategica 2024
30 dicembre 2022 – Il programma di lavoro 2023-2024 di Orizzonte Europa e la nuova logica di intervento
25 novembre 2022 – Sinergie tra Orizzonte Europa e i programmi FESR 2021-2027
6 agosto 2021 – Orizzonte Europa: il finanziamento della fase preparatoria delle missioni europee
30 luglio 2021 – La creazione di ambienti favorevoli all’innovazione: gli ecosistemi dell’innovazione
11 giugno 2021 – I programmi di finanziamento della ricerca e dell’innovazione dell’UE 2021-2027
18 ottobre 2019 – Orizzonte Europa: i nuovi partenariati europei di ricerca e innovazione
11 ottobre 2019 – Orizzonte Europa: le missioni di ricerca e innovazione dell’UE
12 luglio 2019 – L’agenda strategica 2021-2027 dell’Istituto europeo di innovazione e tecnologia