Dal 2016 al 2030: come il Pilastro europeo dei diritti sociali ha trasformato principi, politiche e obiettivi, costruendo l’Europa sociale nell’UE.
Introduzione. Dieci anni di Europa sociale: dal dibattito del 2016 alla nuova fase del 2026
Quando, nel 2016, la Commissione europea aprì il dibattito sulla costruzione di un Pilastro europeo dei diritti sociali, la questione posta all’Unione era più ampia di quanto potesse apparire. Non si trattava soltanto di aggiungere nuove misure in materia di lavoro o di protezione sociale, ma di capire quale posto dovesse occupare la dimensione sociale nel processo di integrazione europea, in una fase nella quale il mercato del lavoro, i sistemi di welfare e le condizioni di vita stavano attraversando trasformazioni profonde.
Da allora sono trascorsi dieci anni. Nel frattempo il Pilastro europeo dei diritti sociali è passato dalla fase della consultazione alla proclamazione politica, quindi alla definizione di un programma operativo e, infine, alla verifica della sua attuazione.
Il passaggio fondamentale avvenne nel novembre 2017, quando Parlamento europeo, Consiglio e Commissione proclamarono congiuntamente il Pilastro e i suoi 20 principi, organizzati in tre grandi capitoli: pari opportunità e accesso al mercato del lavoro; condizioni di lavoro eque; protezione sociale e inclusione.
In vista del decimo anniversario della proclamazione del Pilastro, il 22 luglio scorso la Comunicazione ha presentato una comunicazione che, da un lato, fa il punto sui progressi compiuti finora e, dall’altro lato, individua le priorità concrete in cui sono necessarie ulteriori azioni e propone ulteriori azioni mirate che integrano il Piano d’azione 2021.
In tale documento la Commissione definisce ormai il Pilastro come il quadro complessivo di riferimento per migliorare le condizioni di vita e di lavoro nell’Unione e favorire la convergenza sociale verso l’alto tra gli Stati membri.
Ma un catalogo di principi, per quanto politicamente significativo, non basta a produrre diritti effettivi. Da qui nasce il passaggio successivo: trasformare il Pilastro in politiche, norme, strumenti di coordinamento e investimenti.
Il Piano d’azione sul Pilastro europeo dei diritti sociali, presentato dalla Commissione il 4 marzo 2021, rappresentò il momento nel quale quella trasformazione assunse una struttura organica. Il Piano tradusse i 20 principi in un programma di 75 iniziative a livello dell’Unione e fissò tre grandi obiettivi sociali da raggiungere entro il 2030 nei campi dell’occupazione, delle competenze e della riduzione della povertà, che il successivo Vertice sociale di Porto del 7 maggio 2021 fece propri.
Quando fu scritto, il Piano d’azione rappresentava il punto più avanzato della costruzione dell’Europa sociale: oggi disponiamo ormai dell’intero ciclo che quel Piano aveva avviato.
La Commissione ha, infatti, completato tutte le 75 iniziative che aveva assunto l’impegno di presentare; l’ultima di esse era la stessa revisione del Piano, che la Commissione ha presentato il 22 luglio 2026 attraverso la comunicazione sul Pilastro europeo dei diritti sociali [COM(2026) 650].
Il documento di lavoro che accompagna la comunicazione lo afferma senza ambiguità: tutte le azioni annunciate nel Piano del 2021 sono state realizzate sul piano dell’iniziativa europea e la review ne costituisce l’ultimo deliverable.
Questo non significa, tuttavia, che il Pilastro sia stato “attuato” una volta per tutte.
Al contrario, la distinzione tra adozione delle iniziative e attuazione concreta dei diritti sociali è uno degli elementi centrali del bilancio tracciato nel 2026. La stessa Commissione sottolinea che l’effettività dei diritti sociali non dipende soltanto dall’adozione di nuove norme, ma dalla loro corretta trasposizione, applicazione ed esecuzione negli Stati membri. Per questo alle iniziative legislative si affiancano monitoraggio, dialogo con le amministrazioni nazionali, attività di supporto, controllo della conformità e, quando necessario, procedure di infrazione.
Nel frattempo, il quadro economico e sociale è cambiato. Alla transizione verde e digitale si sono aggiunti gli effetti della pandemia, della guerra russa contro l’Ucraina, della crisi energetica e dell’aumento del costo della vita. Il cambiamento demografico è diventato ancora più evidente, mentre l’intelligenza artificiale sta iniziando a trasformare organizzazione del lavoro, competenze e servizi pubblici. La Commissione considera, pertanto, ancora pienamente attuali i principi del Pilastro, ma individua nuove pressioni alle quali le politiche sociali europee devono rispondere.
La Comunicazione del 2026 segna così un passaggio importante. Non introduce un nuovo Pilastro ma integra il Piano d’azione del 2021: fa il punto sui progressi compiuti, identifica le aree nelle quali occorre intervenire con maggiore intensità e propone nuove azioni mirate che completano quanto avviato nel 2021.
Nello stesso tempo, conferma integralmente l’orizzonte del 2030, anche alla luce della Dichiarazione di La Hulpe del 15 e 16 aprile 2024 [doc. Consiglio UE n. 8434/24] , che ha sottolineato il ruolo del Pilastro come bussola sociale dell’Europa e ne ha sollecitato la continua attuazione nel contesto delle transizioni verde, digitale e demografica, nonché del Patto per il dialogo sociale europeo del 5 marzo 2025 che ha rinnovato l’ impegno a rafforzare il dialogo sociale e ad affrontare le principali sfide economiche e del mercato del lavoro.
Gli obiettivi fissati nel 2021 continuano, infatti, a costituire il quadro strategico: almeno il 78% delle persone tra i 20 e i 64 anni occupate; almeno il 60% degli adulti coinvolti ogni anno in attività di formazione; almeno 15 milioni di persone in meno a rischio di povertà o esclusione sociale rispetto al 2019, comprese almeno 5 milioni di bambine e bambini. La review del 2026 afferma espressamente che questi obiettivi restano pienamente pertinenti e continueranno a orientare l’azione europea.
È da questo nuovo punto di osservazione che occorre oggi rileggere l’intero percorso.
Negli ultimi dieci anni ho seguito molte delle tappe di questa evoluzione: dalla consultazione sul futuro dei diritti sociali alla nascita del Pilastro; dall’Autorità europea del lavoro alla tutela dei lavoratori distaccati; dalle retribuzioni minime al lavoro tramite piattaforme digitali; dagli obiettivi nazionali al 2030 alle politiche sulle competenze, sull’orario di lavoro e sulle condizioni dei ricercatori.
Questo articolo intende ricostruire il percorso del Pilastro europeo dei diritti sociali dal 2016 al 2026, spiegare come i suoi principi siano progressivamente entrati nelle politiche e nel diritto dell’Unione, verificare a che punto siano gli obiettivi sociali fissati per il 2030 e comprendere che cosa cambia con la nuova fase aperta dalla review del Piano d’azione.
Una storia che non si conclude nel 2026 ma che, proprio nel 2026, consente per la prima volta di guardare insieme al punto di partenza, ai risultati ottenuti e alla distanza che ancora separa l’Unione dagli obiettivi fissati per il 2030.
Perché nasce il Pilastro europeo dei diritti sociali
La dimensione sociale dell’Europa non nasce con il Pilastro.
I Trattati attribuiscono all’Unione l’obiettivo di sviluppare un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, orientata alla piena occupazione e al progresso sociale. Nel corso dell’integrazione europea si è, inoltre, formato un ampio patrimonio di norme e politiche riguardanti lavoro, parità, libera circolazione, salute e sicurezza, protezione sociale e non discriminazione.
Ma l’integrazione europea contiene fin dall’origine una tensione strutturale.
Mercato interno, libertà economiche e, per una parte degli Stati, politica monetaria sono organizzati a livello sovranazionale; i sistemi di welfare e molte delle politiche sociali, sanitarie, assistenziali, educative e del lavoro rimangono, invece, prevalentemente nazionali.
Nel dibattito avviato nel 2016 questa situazione poteva essere riassunta come un’asimmetria: integrazione economica e monetaria a livello europeo, welfare e politiche sociali prevalentemente a livello nazionale.
Il Pilastro non nasce per cancellare questa diversità, né per costruire un unico welfare europeo. L’obiettivo è diverso: individuare una base di principi condivisi capace di orientare l’evoluzione delle politiche nazionali e dell’Unione e promuovere quella che le istituzioni europee definiscono convergenza sociale verso l’alto.
Convergere non significa rendere identici i sistemi di welfare dei 27 Stati membri ma cercare di evitare che l’integrazione economica proceda insieme a divari sociali crescenti, orientando gli Stati verso migliori risultati in termini di occupazione, competenze, condizioni di lavoro, inclusione e protezione sociale.
Il progetto nasce, inoltre, mentre il modello sociale europeo è sottoposto a trasformazioni profonde: digitalizzazione, nuove forme di occupazione, invecchiamento demografico, aumento delle disuguaglianze, conseguenze della crisi economico-finanziaria, mobilità delle persone e trasformazione delle competenze richieste dal mercato del lavoro.
La domanda posta nel 2016 conserva perciò una sorprendente attualità: come adattare il modello sociale europeo a economie e mercati del lavoro in continua trasformazione senza indebolire la protezione delle persone?
Che cos’è il Pilastro: i 20 principi sociali dell’Unione
La risposta politica prende forma nel novembre 2017, quando Parlamento europeo, Consiglio e Commissione proclamano congiuntamente il Pilastro europeo dei diritti sociali.
È importante capire che cosa sia e che cosa non sia.
Il Pilastro non è un nuovo Trattato sociale europeo. Non sostituisce i sistemi nazionali di welfare e non attribuisce automaticamente all’Unione nuove competenze.
Il testo proclamato nel 2017 raccoglie principi e diritti considerati essenziali per mercati del lavoro e sistemi di protezione sociale equi e ben funzionanti. Alcuni richiamano diritti già presenti nell’acquis europeo; altri rispondono a trasformazioni più recenti.
Per diventare giuridicamente azionabili, però, i principi possono richiedere specifici atti legislativi o misure adottate dall’Unione, dagli Stati membri o dalle parti sociali, ciascuno nel proprio ambito di competenza. La proclamazione stessa chiarisce che il Pilastro non estende i poteri dell’Unione previsti dai Trattati.
Il modello è, quindi, quello della responsabilità condivisa.
La cornice è europea; l’attuazione passa attraverso una combinazione di diritto dell’Unione, legislazione nazionale, contrattazione collettiva, politiche pubbliche, servizi, finanziamenti e azione delle autorità regionali e locali.
I 20 principi sono organizzati in tre capitoli.
Pari opportunità e accesso al mercato del lavoro
- Istruzione, formazione e apprendimento permanente: diritto a un’istruzione e formazione di qualità e inclusive e alla possibilità di sviluppare competenze durante tutta la vita;
- Parità di genere: pari trattamento e opportunità tra donne e uomini, compresa la parità di retribuzione per un lavoro di pari valore;
- Pari opportunità: diritto alla parità di trattamento indipendentemente, tra l’altro, da genere, origine, religione, disabilità, età o orientamento sessuale;
- Sostegno attivo all’occupazione: diritto a un’assistenza tempestiva e personalizzata per migliorare le prospettive di occupazione o lavoro autonomo.
Condizioni di lavoro eque
- Occupazione sicura e adattabile: trattamento equo nelle condizioni di lavoro, nell’accesso alla protezione sociale e alla formazione, indipendentemente dal tipo di rapporto di lavoro;
- Retribuzioni: diritto a retribuzioni eque capaci di garantire un tenore di vita dignitoso e a salari minimi adeguati;
- Informazioni sulle condizioni di lavoro e protezione in caso di licenziamento: diritto a conoscere condizioni e obblighi del rapporto di lavoro e a essere tutelati in caso di licenziamento;
- Dialogo sociale e coinvolgimento dei lavoratori: riconoscimento del ruolo delle parti sociali e dei diritti di informazione e consultazione dei lavoratori;
- Equilibrio tra vita professionale e vita privata: diritto a congedi adeguati, modalità di lavoro flessibili e servizi di assistenza per chi ha responsabilità familiari e di cura;
- Ambiente di lavoro sano, sicuro e adeguato e protezione dei dati: tutela della salute e della sicurezza, adattamento dell’ambiente di lavoro e protezione dei dati personali.
Protezione sociale e inclusione
- Assistenza all’infanzia e sostegno ai minori: accesso a servizi di educazione e cura della prima infanzia di qualità e protezione dei bambini dalla povertà;
- Protezione sociale: diritto dei lavoratori e, a condizioni comparabili, dei lavoratori autonomi a un’adeguata protezione sociale;
- Prestazioni di disoccupazione: sostegno adeguato durante la disoccupazione e assistenza per il reinserimento nel mercato del lavoro;
- Reddito minimo: diritto di chi non dispone di risorse sufficienti a un sostegno adeguato che consenta una vita dignitosa;
- Reddito e pensioni di vecchiaia: diritto a pensioni e risorse adeguate durante la vecchiaia;
- Assistenza sanitaria: accesso tempestivo a cure preventive e curative di qualità e a costi sostenibili;
- Inclusione delle persone con disabilità: sostegno al reddito, servizi e condizioni capaci di favorire partecipazione sociale e lavorativa;
- Assistenza a lungo termine: accesso a servizi di assistenza di qualità e sostenibili, compresi quelli domiciliari e di comunità;
- Alloggi e assistenza per le persone senza dimora: accesso ad alloggi sociali o sostegni abitativi e protezione delle persone vulnerabili;
- Accesso ai servizi essenziali: accesso a servizi quali acqua, energia, trasporti, servizi finanziari e comunicazioni digitali.
Questa struttura è ancora oggi la base dell’Europa sociale.
Il primo capitolo riguarda soprattutto le condizioni che permettono alle persone di entrare e rimanere nel mercato del lavoro. Il secondo riguarda la qualità del lavoro. Il terzo estende la prospettiva alla protezione dai rischi sociali e all’accesso ai servizi fondamentali.
La sua forza sta proprio nell’ampiezza: l’Europa sociale non coincide con la sola politica del lavoro. Istruzione, assistenza, sanità, casa, disabilità, povertà e servizi essenziali – ai quali la Commissione ha dedicato il recente pacchetto sociale del 2026 – appartengono allo stesso quadro.
Dal Pilastro al Piano d’azione del 2021
La proclamazione del 2017 risolve una questione – quali principi comuni riconoscere – ma ne apre immediatamente un’altra: come trasformarli in politiche concrete?
Tra il 2017 e il 2020 il processo procede attraverso interventi diversi.
Viene creata l’Autorità europea del lavoro per migliorare l’applicazione delle regole sulla mobilità. Vengono rafforzate le norme sul distacco dei lavoratori. Le politiche per i disoccupati di lunga durata entrano in un quadro più strutturato di coordinamento. La Commissione avvia iniziative sulle competenze, sulla parità di genere e sulle retribuzioni minime adeguate.
Nel 2020 la pandemia rende ancora più evidente la dimensione sociale delle crisi comuni. Con SURE l’Unione mette a disposizione fino a 100 miliardi di euro per aiutare gli Stati membri a proteggere occupazione e redditi attraverso regimi di riduzione dell’orario di lavoro e strumenti analoghi.
Manca però ancora una struttura unitaria.
È il passaggio che avviene nel marzo 2021 con il Piano d’azione sul Pilastro europeo dei diritti sociali. Esso non introduce un nuovo catalogo di diritti: il catalogo esiste già dal 2017. Il suo compito è trasformare quei principi in azioni concrete e misurabili.
Il Piano contiene 75 iniziative dell’Unione e utilizza strumenti molto diversi: direttive e regolamenti, raccomandazioni, strategie, coordinamento delle politiche, monitoraggio e finanziamenti.
È proprio questa pluralità a spiegare come funziona il Pilastro.
Dove i Trattati attribuiscono all’Unione una base giuridica adeguata, possono essere approvate norme vincolanti. In altri settori vengono utilizzati raccomandazioni e coordinamento. In altri ancora sono i fondi europei a sostenere riforme e investimenti.
Il Piano è, quindi, molto più di un programma legislativo: è una combinazione di diritto, soft law, governance, monitoraggio e risorse finanziarie.
Il vertice sociale di Porto del maggio 2021 consolida politicamente questo percorso.
Ed è soprattutto allora che l’attuazione del Pilastro viene collegata a tre grandi obiettivi quantitativi europei per il 2030.
I tre obiettivi sociali del 2030 e dove siamo
Il passaggio dai principi agli obiettivi misurabili è uno dei cambiamenti più importanti introdotti dal Piano d’azione.
I 20 principi indicano la direzione. I target permettono di chiedersi se l’Unione e gli Stati membri stiano effettivamente avanzando.
Il primo obiettivo prevede che entro il 2030 almeno il 78% delle persone tra 20 e 64 anni sia occupato.
Il recente documento di lavoro dei servizi della Commissione [SWD(2026) 650] evidenzia che nel 2025 il tasso dell’Unione ha raggiunto il 76,1%, contro il 73,1% del 2021. Mancano, quindi, 1,9 punti percentuali. La Commissione considera attualmente l’UE sostanzialmente sulla traiettoria necessaria, anche se il rallentamento economico previsto negli anni successivi rende il risultato non automatico.
Il target occupazionale è accompagnato da altri obiettivi: ridurre il divario tra occupazione maschile e femminile, portare al 9% la quota dei giovani tra 15 e 29 anni che non lavorano e non partecipano a istruzione o formazione e aumentare l’accesso ai servizi educativi per l’infanzia.
Il secondo obiettivo è più difficile: entro il 2030 almeno il 60% degli adulti dovrebbe partecipare ogni anno ad attività di formazione.
Il dato comparabile utilizzato dalla Commissione attraverso l’Adult Education Survey è passato dal 37,4% del 2016 al 39,5% del 2022. La crescita è troppo lenta per raggiungere il 60% senza una forte accelerazione.
Anche il sotto-obiettivo sulle competenze digitali è ancora lontano: entro il 2030 almeno l’80% delle persone tra 16 e 74 anni dovrebbe possedere competenze digitali di base; nel 2025 la quota era il 60,4%.
Questi dati acquistano particolare importanza con l’accelerazione dell’intelligenza artificiale, la transizione verde e le carenze di manodopera. Le politiche sociali e quelle per la competitività si incontrano qui in maniera evidente: senza un massiccio investimento nelle competenze, una parte della popolazione rischia di rimanere ai margini delle trasformazioni economiche.
Il terzo obiettivo riguarda la riduzione della povertà e dell’esclusione sociale.
Entro il 2030 l’Unione vuole ridurre di almeno 15 milioni, rispetto al 2019, il numero delle persone a rischio di povertà o esclusione sociale; almeno 5 milioni devono essere bambini.
Nel 2025 la riduzione raggiunta è di circa 3,5 milioni.
Restano, quindi, circa 11,5 milioni rispetto all’obiettivo finale. La Commissione stima che sarebbe necessaria una diminuzione media superiore a 2 milioni di persone l’anno nel resto del decennio.
Qui la distanza è significativa.
Il risultato è particolarmente interessante se confrontato con quello dell’occupazione: un mercato del lavoro che migliora non produce automaticamente una diminuzione della povertà della stessa intensità.
I progressi sono, inoltre, molto diversi tra Stati membri e territori.
È per questo che dal 2022 gli obiettivi europei sono accompagnati da target nazionali: l’Unione conserva una destinazione comune, ma gli Stati partono da condizioni economiche, sociali e demografiche molto differenti.
Il quadro che emerge nel 2026 è quindi chiaro: occupazione relativamente vicina al target; competenze nettamente fuori dalla traiettoria necessaria; riduzione della povertà da accelerare fortemente.
E proprio questa diversa velocità rende il 2030 molto più di una scadenza simbolica.
Che cosa ha prodotto il Piano tra il 2021 e il 2025
Il Piano d’azione ha costruito, in pochi anni, un corpus sociale europeo molto articolato.
Uno degli esempi più visibili riguarda le retribuzioni minime adeguate. La direttiva UE 2022/2041 non fissa un salario minimo identico per tutti i Paesi e non obbliga gli Stati che utilizzano soprattutto la contrattazione collettiva a introdurre un minimo legale. Costruisce un quadro europeo volto a migliorare adeguatezza e copertura dei salari minimi e a promuovere la contrattazione collettiva.
Nel 2023 viene adottata la direttiva (UE) 2023/970 sulla trasparenza retributiva, destinata a rendere più effettivo il principio della parità di retribuzione tra donne e uomini attraverso obblighi di informazione e strumenti che consentano di individuare e contrastare le differenze salariali non giustificate.
Nel 2024 arriva la direttiva UE 2024/2831 sul lavoro mediante piattaforme digitali, che affronta sia il problema della corretta classificazione del rapporto di lavoro sia l’utilizzo degli algoritmi nella gestione dei lavoratori, introducendo nuove forme di trasparenza e supervisione umana.
Il Piano ha, inoltre, accompagnato l’aggiornamento dell’acquis in materia di salute e sicurezza sul lavoro, con interventi sulle esposizioni ad amianto, agenti chimici e sostanze cancerogene, mutagene e reprotossiche.
Sul versante delle competenze, le raccomandazioni sui conti individuali di apprendimento e sulle micro-credenziali del 2022 cercano di rendere più accessibile e flessibile la formazione durante l’intera vita lavorativa.
Nel campo della protezione sociale e dell’inclusione, la Garanzia europea per l’infanzia – di recente rinnovata – affronta la povertà minorile attraverso l’accesso ai servizi fondamentali; la strategia europea per l’assistenza e la raccomandazione sull’assistenza a lungo termine rispondono all’invecchiamento della popolazione e alle crescenti esigenze di cura; la raccomandazione sul reddito minimo adeguato combina sostegno economico, inclusione nel mercato del lavoro e accesso ai servizi.
A queste iniziative si aggiungono la strategia sui diritti delle persone con disabilità, il Piano per l’economia sociale, le iniziative sul dialogo sociale, il contrasto alla condizione di senza dimora e le politiche sull’accesso ai servizi essenziali.
L’importanza del Piano sta anche nel suo carattere trasversale.
Delle 75 iniziative, 45 sono state guidate da direzioni generali della Commissione diverse dalla DG Occupazione, affari sociali e inclusione. È un dato che segnala come il Pilastro sia progressivamente entrato nelle politiche per istruzione, digitale, industria, salute, uguaglianza, mobilità e transizione verde.
Ma il dato più importante del 2026 richiede una precisazione.
La Commissione può affermare che tutte le 75 iniziative previste sono state “delivered“, presentate.
Questo significa che gli impegni che aveva assunto nel Piano sono stati presentati o realizzati a livello dell’Unione.
Non significa che tutti i 20 principi siano ormai pienamente attuati in ogni Stato membro.
La review del 2026: dalla produzione delle iniziative alla loro attuazione
È proprio questa distinzione il cuore della review.
Un’iniziativa può essere stata presentata.
Una direttiva può essere stata approvata.
Ma tra l’adozione di una norma e il cambiamento concreto delle condizioni di vita e di lavoro esiste una lunga catena: recepimento nazionale, applicazione amministrativa, controllo, enforcement e capacità della misura di produrre risultati sociali.
La Commissione lo scrive chiaramente: l’effettività dei diritti sociali dipende non soltanto dall’adozione di norme, ma dalla loro tempestiva e corretta attuazione.
Nel 2026 alcune delle principali direttive adottate durante il ciclo del Piano si trovano, infatti, ancora in diverse fasi di implementazione.
Per i salari minimi adeguati la Commissione verifica completezza e conformità delle misure nazionali.
La direttiva sulla trasparenza retributiva ha raggiunto il termine di recepimento nel giugno 2026.
Quella sul lavoro attraverso piattaforme digitali deve essere recepita entro dicembre dello stesso anno.
Il processo di attuazione continua, quindi, molto oltre l’approvazione politica dell’atto.
Lo stesso vale per le raccomandazioni: non producono automaticamente politiche identiche nei 27 Stati membri. Richiedono che governi, amministrazioni e servizi nazionali trasformino gli orientamenti europei in interventi concretamente accessibili alle persone.
Per questa ragione la review del 2026 non deve neppure essere letta come una valutazione ex post completa dell’impatto causale del Piano.
Molte iniziative sono troppo recenti. Alcune non sono ancora pienamente applicate. Per altre mancano serie temporali sufficientemente lunghe o dati comparabili.
Il documento del 2026 è soprattutto un bilancio di attuazione e una ricognizione strategica: verifica ciò che è stato fatto, misura i progressi disponibili, individua le lacune e orienta la fase successiva. Non dimostra che ogni variazione osservata negli indicatori sociali sia stata causata direttamente dal Piano.
La distinzione è metodologicamente importante.
Occorre separare tre livelli: delivery istituzionale, attuazione e impatto sociale.
Una misura può essere stata presentata ma non ancora pienamente recepita. Può essere stata recepita ma applicata in maniera diversa nei territori. E anche quando un indicatore migliora, il risultato può dipendere contemporaneamente da legislazione europea, politiche nazionali, ciclo economico, investimenti, demografia e crisi esterne.
Il 2026 segna perciò un cambiamento di baricentro.
Nel 2021 la domanda era soprattutto: quali iniziative bisogna adottare per dare attuazione ai 20 principi?
Nella seconda metà del decennio la domanda diventa: come fare in modo che quelle iniziative producano effetti reali e più uniformi?
È il passaggio da policy design a implementation, enforcement e monitoring.
E’ anche il motivo per cui la Comunicazione del 2026 non deve essere considerata un nuovo Piano d’azione.
Il Piano del 2021 rimane il riferimento del primo grande ciclo operativo. Le nuove azioni annunciate nel 2026 lo completano, senza sostituirlo.
La sequenza diventa, quindi:
Piano d’azione 2021 → realizzazione delle 75 iniziative → review 2026 → attuazione rafforzata e azioni complementari verso il 2030.
Le nuove pressioni: costo della vita, intelligenza artificiale e disuguaglianze
La review non guarda soltanto indietro. Il contesto del 2026 è molto diverso da quello nel quale fu concepito il Piano cinque anni prima.
La pandemia, la guerra russa contro l’Ucraina, la crisi energetica, l’aumento dei prezzi e le trasformazioni tecnologiche hanno cambiato il quadro nel quale operano mercati del lavoro e sistemi di welfare.
La Commissione individua tre grandi pressioni sulle quali concentrare maggiormente l’azione: costo della vita e affordability; intelligenza artificiale e futuro del lavoro; disuguaglianze, equità e pari opportunità.
Il concetto di affordability è particolarmente importante: non riguarda semplicemente il livello dei prezzi, ma la possibilità concreta per persone e famiglie di sostenere il costo dei beni e dei servizi essenziali.
Abitazione, energia, alimentazione, trasporti, sanità, servizi di cura e comunicazioni possono essere formalmente disponibili e tuttavia risultare, per una parte della popolazione, economicamente o territorialmente inaccessibili.
La questione abitativa è diventata uno dei punti più evidenti. Costi elevati della casa, scarsità dell’offerta accessibile e povertà energetica incidono sulla capacità delle famiglie di mantenere un tenore di vita adeguato e possono aumentare le differenze tra generazioni e territori.
La seconda pressione è l’intelligenza artificiale.
Il problema non può essere ridotto alla previsione di quanti posti di lavoro saranno creati o eliminati.
L’AI modifica attività, competenze, organizzazione delle imprese, selezione del personale e gestione quotidiana del lavoro.
Può aumentare produttività e capacità di innovazione, ma può anche generare transizioni professionali difficili, accentuare divari nelle competenze e introdurre nuove forme di controllo algoritmico.
Per questo l’Europa sociale entra in un terreno nuovo: non si tratta soltanto di regolare il rapporto tra datore di lavoro e lavoratore, ma anche la crescente mediazione di sistemi algoritmici nelle decisioni che riguardano il lavoro.
L’AI Act fornisce già alcune tutele, soprattutto per i sistemi classificati ad alto rischio, attraverso obblighi di accuratezza, supervisione umana e tutela dei diritti fondamentali. Rimane però aperto un problema più ampio di governance dell’uso dell’intelligenza artificiale nei luoghi di lavoro.
La terza pressione riguarda le disuguaglianze.
Non soltanto quelle di reddito.
La Commissione richiama differenze nell’accesso a lavoro, istruzione, sanità, servizi di assistenza e opportunità tra gruppi sociali e territori.
Le disuguaglianze possono inoltre accumularsi durante il corso della vita: differenze nella partecipazione al lavoro, nei salari, nel part-time e nelle responsabilità di cura possono tradursi, molti anni dopo, in forti divari nei redditi pensionistici.
Anche il territorio conta. Aree rurali, soprattutto montane, periferiche, remote o ultraperiferiche possono incontrare maggiori difficoltà nell’accesso a servizi, opportunità formative e lavoro qualificato.
Questo spiega perché la convergenza sociale non possa essere misurata soltanto attraverso una media europea.
La qualità del lavoro: verso un possibile quarto obiettivo?
Il buon andamento del tasso di occupazione apre inoltre una questione nuova.
Quante persone lavorano è un dato fondamentale, ma non ci dice come lavorano.
Un’economia può avere un elevato tasso di occupazione e contemporaneamente presentare salari insufficienti, instabilità contrattuale, part-time involontario, rischi per la salute, scarsa protezione sociale o limitate opportunità di crescita professionale.
La Commissione considera, quindi, sempre più la qualità del lavoro come una dimensione autonoma: il 4 dicembre 2025 ha adottato una “Roadmap per posti di lavoro di qualità” [COM(2025) 944].
Tra gli aspetti richiamati figurano retribuzioni eque, sicurezza dell’impiego, salute e sicurezza, benessere, protezione sociale, parità di genere, pari opportunità, autonomia e possibilità di sviluppo professionale.
Lo Staff Working Document del 2026 utilizza già alcuni indicatori capaci di integrare la lettura del semplice tasso di occupazione.
Uno è la povertà lavorativa: nel 2025 circa l’8,3% degli occupati nell’Unione continua a essere a rischio di povertà.
Un altro è il lavoro temporaneo involontario, che nel 2025 riguarda il 6,4% degli occupati e misura la condizione di chi accetta un rapporto temporaneo perché non riesce a ottenere un impiego più stabile.
Lo stesso vale per il part-time involontario e per gli incidenti mortali sul lavoro.
Questi indicatori non formano ancora un nuovo obiettivo europeo e non sono stati trasformati in un indice unico.
Ma mostrano perché il tasso di occupazione, da solo, non sia sufficiente. Salari bassi, precarietà e orari inferiori a quelli desiderati possono produrre povertà e insicurezza anche quando una persona risulta statisticamente occupata.
Da qui nasce una delle novità più interessanti della fase aperta nel 2026.
La Commissione ha annunciato una consultazione su un possibile nuovo target europeo sulla qualità del lavoro dopo il 2030 e il programma di lavoro del 2026 prevede, entro fine anno, la proposta di un atto legislativo sui posti di lavoro di qualità.
È un’evoluzione coerente con il Pilastro stesso.
I principi del 2017 non hanno mai parlato soltanto di occupazione. Hanno parlato di condizioni di lavoro eque.
Il Pilastro dentro la governance economica europea
Un’altra trasformazione poco visibile, ma decisiva, riguarda il rapporto tra politiche sociali e governance economica europea, di recente riformata.
Il Pilastro è ormai pienamente integrato nel Semestre europeo, il processo annuale attraverso il quale l’Unione coordina e analizza le politiche economiche e occupazionali degli Stati membri.
Questo significa che la dimensione sociale non viene osservata soltanto attraverso programmi specifici, ma entra nel ciclo ordinario con cui la Commissione analizza ogni anno la situazione dei diversi Paesi.
Uno strumento fondamentale è il Social Scoreboard, il quadro di indicatori che consente di confrontare risultati e tendenze sociali e occupazionali tra gli Stati membri.
Il suo obiettivo non è compilare una classifica dei sistemi nazionali, ma individuare progressi, criticità e divergenze.
Dal 2024 questo sistema è stato rafforzato dal Social Convergence Framework (SCF), che cerca di identificare più sistematicamente i rischi di divergenza sociale. Il metodo parte dall’analisi di tutti gli Stati membri e approfondisce successivamente la situazione dei Paesi nei quali emergono criticità. I risultati possono alimentare i Country Reports e le raccomandazioni specifiche per Paese.
Questo passaggio cambia anche la tradizionale rappresentazione del Semestre europeo come meccanismo prevalentemente economico e fiscale.
Occupazione, competenze, qualità del lavoro, protezione sociale e inclusione entrano sempre più nella stessa architettura di coordinamento nella quale vengono analizzate crescita, produttività e finanza pubblica.
Nel 2026 questa integrazione fa un ulteriore passo avanti con la prima Human Capital Recommendation adottata dal Consiglio UE il 2 marzo 2026 [doc. 6081/1/26 – REV 1], dedicata alle competenze necessarie nei settori strategici e al rafforzamento di istruzione, formazione professionale, discipline STEM, competenze digitali e legate all’intelligenza artificiale.
Dietro questi strumenti emerge una scelta politica più generale.
Le politiche sociali non vengono presentate soltanto come un costo o come una compensazione degli effetti del mercato.
Competenze, inclusione, servizi di cura, salute e qualità del lavoro vengono considerate anche condizioni della produttività, della resilienza e della competitività europea.
La Commissione parla esplicitamente di riforme e investimenti sociali come motori di crescita inclusiva, produttività e competitività.
Il Pilastro diventa così non soltanto la cornice della politica sociale, ma anche una delle chiavi attraverso le quali l’Unione interpreta il proprio modello economico.
Come viene finanziata l’Europa sociale
Questa integrazione è visibile anche nel bilancio europeo.
Il Pilastro non dispone di un proprio fondo unico.
La sua attuazione è finanziata attraverso strumenti differenti, ciascuno con una funzione specifica.
Il Fondo sociale europeo Plus è il principale strumento direttamente rivolto a occupazione, formazione, inclusione e contrasto alla povertà.
Il Fondo europeo di sviluppo regionale e, più in generale, la politica di coesione finanziano anche le infrastrutture necessarie affinché i diritti sociali possano essere esercitati: servizi sanitari, istruzione, assistenza, infrastrutture sociali e interventi territoriali.
Il Fondo per una transizione giusta concentra invece la propria azione sui territori maggiormente colpiti dalla trasformazione climatica, sostenendo riqualificazione, formazione e accompagnamento dei lavoratori.
La Recovery and Resilience Facility ha rappresentato un intervento eccezionale nella fase successiva alla pandemia: circa un quarto delle risorse dei piani nazionali, secondo la review, è stato destinato a obiettivi sociali, compresi istruzione, sanità, occupazione, competenze, assistenza e abitazione.
Il Fondo sociale per il clima introduce una logica ancora diversa: accompagnare preventivamente la transizione climatica sostenendo famiglie vulnerabili, utenti dei trasporti e microimprese esposti agli effetti economici del nuovo sistema ETS.
Infine, strumenti come il Technical Support Instrument intervengono sulla capacità amministrativa: non basta infatti disporre di risorse se le amministrazioni non sono in grado di progettare e attuare riforme complesse.
L’architettura può, quindi, essere letta in maniera relativamente semplice.
Ci sono strumenti che finanziano soprattutto le persone; altri che finanziano infrastrutture e territori; altri ancora che accompagnano le grandi transizioni economiche e climatiche; e strumenti che rafforzano la capacità delle amministrazioni di realizzare le riforme.
È un altro segnale del mainstreaming del Pilastro: la dimensione sociale non rimane confinata a uno specifico capitolo del bilancio europeo e così sarà nel quadro finanziario pluriennale 2028-2034, per il quale la Commissione europea propone che almeno il 14% della dotazione complessiva del Fondo PNR, compresi gli eventuali prestiti, deve essere destinato al perseguimento degli obiettivi sociali dell’Unione (occupazione, inclusione, diritti sociali).
Dal 2026 al 2030: la nuova fase del Pilastro
Con la review del 2026 si chiude, quindi, un ciclo programmatorio, non il Pilastro.
Il Piano del 2021 aveva una funzione definita: trasformare i 20 principi in un programma di 75 iniziative e collegarli a tre grandi obiettivi sociali.
Quel programma è stato completato dal punto di vista degli impegni assunti dalla Commissione.
Ma gli obiettivi del 2030 restano aperti.
Il tasso di occupazione è relativamente vicino al target, ma il risultato non è acquisito.
Sulla formazione degli adulti l’Unione è lontana dalla traiettoria necessaria.
Sulla povertà occorre una forte accelerazione.
Parallelamente, una parte consistente del nuovo acquis sociale deve ancora essere pienamente recepita, applicata e fatta rispettare negli ordinamenti nazionali.
Questa è, probabilmente, la caratteristica fondamentale della fase 2026-2030.
Meno enfasi sul numero delle nuove iniziative, più attenzione alla loro capacità di funzionare.
Occorrerà verificare se le direttive sono correttamente recepite, se raggiungono davvero i lavoratori e le persone alle quali sono destinate, se le differenze tra Stati e territori diminuiscono, se i finanziamenti producono risultati e se gli indicatori del 2030 si muovono nella direzione prevista.
Nel frattempo, il Pilastro dovrà confrontarsi con pressioni che nel 2021 avevano un peso diverso: l’accessibilità economica della casa e dei servizi essenziali, l’intelligenza artificiale e la gestione algoritmica, l’invecchiamento della popolazione, le nuove competenze, le disuguaglianze territoriali e intergenerazionali.
E dovrà contemporaneamente preparare il periodo successivo al 2030.
La riflessione sulla qualità del lavoro ne è già un primo segnale.
Potranno evolvere anche gli indicatori sulla povertà e sull’affordability, mentre il futuro quadro finanziario dovrà stabilire quali risorse accompagneranno la nuova fase dell’Europa sociale.
Il quadro post-2030, però, non è ancora stato definito. Ed è bene non anticiparlo.
Ciò che sappiamo nel 2026 è che il Pilastro rimane, i 20 principi rimangono e i tre obiettivi sociali al 2030 rimangono. Cambia soprattutto il compito: trasformare più pienamente il patrimonio di principi, norme, politiche e finanziamenti costruito nell’ultimo decennio in risultati sociali effettivi.
Dieci anni dopo: la distanza tra principi e realtà
Guardando al percorso iniziato nel 2016, il cambiamento è evidente.
Allora la Commissione apriva una consultazione sulla possibilità stessa di costruire una cornice europea dei diritti sociali.
Nel 2017 quella cornice assume una forma politica attraverso 20 principi.
Nel 2021 diventa un programma operativo di 75 iniziative e tre obiettivi quantitativi.
Tra il 2021 e il 2025 produce un nuovo insieme di norme, strategie, raccomandazioni, finanziamenti e strumenti di coordinamento.
Nel 2026 l’Unione dispone finalmente di elementi sufficienti per iniziare a chiedersi non soltanto che cosa abbia costruito, ma quanto quella costruzione stia modificando concretamente le condizioni di vita e di lavoro.
È forse questa la principale trasformazione dell’Europa sociale nell’ultimo decennio.
Il problema non è più soltanto stabilire se l’Unione debba possedere una dimensione sociale.
Quella dimensione esiste ormai in modo riconoscibile ed è entrata nella legislazione, nel Semestre europeo, nel bilancio dell’Unione e nelle strategie per la competitività.
Il problema è verificarne l’effettività.
Perché la convergenza sociale verso l’alto non può essere misurata contando direttive, regolamenti, strategie o miliardi stanziati.
Deve essere osservata nella capacità delle persone di trovare un lavoro di qualità, aggiornare le proprie competenze, disporre di un reddito adeguato, accedere a cure e servizi, conciliare lavoro e vita privata, affrontare una transizione professionale, vivere in un’abitazione sostenibile e non essere escluse dalle opportunità offerte dalle trasformazioni tecnologiche.
Da questo punto di vista, il 2030 rappresenterà il vero banco di prova del ciclo aperto nel 2021.
La domanda decisiva non sarà quante iniziative siano state adottate.
Sarà se la distanza tra i diritti proclamati, le norme approvate e la realtà sociale vissuta dalle persone sarà diventata sensibilmente più piccola.
ACCESSO DIRETTO ALLE FONTI DI INFORMAZIONE:
- Comunicazione della Commissione europea sul Pilastro europeo dei diritti sociali, doc. COM(2026) 650 del 22 luglio 2026
- Documento di lavoro dei servizi della Commissione europea, Revisione del piano d’azione 2021 del Pilastro europeo dei diritti sociali, doc. SWD(2026) 650 del 22 luglio 2026
- Pagina web della Commissione europea dedicata al Pilastro europeo dei diritti sociali.
Approfondimenti sul pilastro europeo dei diritti sociali
Articoli generali sul Pilastro europeo dei diritti sociali:
1° luglio 2022 – Diritti sociali UE: impegni degli Stati membri assunti nel 2022 per il 2030
23 aprile 2021 – Il piano d’azione 2021 sul pilastro europeo dei diritti sociali: obiettivi 2030
24 gennaio 2020 – Europa sociale: verso un welfare europeo e il piano d’azione 2021
7 aprile 2018 – Pilastro europeo dei diritti sociali: verso un’Autorità europea del lavoro
12 maggio 2017 – L’Europa sociale: una risposta alle opportunità e ai rischi che ci riserva il futuro?
2 aprile 2016 – Quali diritti sociali nell’UE? La Commissione apre il dibattito
Articoli su pari opportunità e accesso al mercato del lavoro:
8 marzo 2026 – La strategia UE 2026-2030 per la parità di genere
20 febbraio 2026 – Dall’azione alla strategia: l’UE contro il razzismo 2026-2030
16 gennaio 2026 – L’Europa rinnova l’impegno per l’uguaglianza LGBTIQ+ (2026-2030)
1° maggio 2025 – Lavoro e Unione europea: una tutela in evoluzione. Riflessioni per il 1° maggio
26 aprile 2024 – Carenza di manodopera e di competenze in Europa: il piano d’azione UE 2024
15 settembre 2023 – Formazione adulti: sfuggire ai lavori mal pagati. Valutazione della raccomandazione 2016
29 ottobre 2021 – Verso un’Unione europea libera dall’antisemitismo: la prima strategia europea 2021-2030
20 novembre 2020 – Il diritto di essere sé stessi in Europa: la prima strategia dell’UE per LGBTIQ 2020-2025
23 ottobre 2020 – Un piano strategico decennale dell’UE per sostenere i Rom 2021-2030
2 ottobre 2020 – Il piano di azione dell’Unione europea contro il razzismo 2020-2025
3 luglio 2020 – Sviluppare e riqualificare le proprie competenze: l’agenda europea 2021-2025
13 marzo 2020 – Un’Unione dell’uguaglianza: la strategia europea 2020-2025 per la parità di genere
19 aprile 2019 – La disoccupazione di lunga durata in Europa e in Italia: la raccomandazione UE 2016
29 dicembre 2016 – Investire in sé stessi: le opportunità offerte dall’Unione europea
16 dicembre 2016 – Cambia il modello economico e sociale, cambiano le competenze
17 giugno 2016 – Nuovi lavori, nuove competenze: l’agenda europea 2016
8 aprile 2016 – 8 aprile: giornata internazionale delle popolazioni Rom
28 marzo 2014 – Tirocini di qualità in tutta Europa per i giovani
Articoli su condizioni di lavoro eque:
18 agosto 2023 – Lavorare nel mondo della ricerca in Europa: le nuove iniziative UE del 2023
23 giugno 2023 – Orario di lavoro: sfide e soluzioni UE. La comunicazione interpretativa 2023
4 febbraio 2022 – Europa sociale: la proposta 2021 di direttiva sul lavoro nelle piattaforme digitali
6 novembre 2020 – Retribuzioni minime adeguate: la proposta di direttiva UE del 2020
11 marzo 2016 – Il distacco dei lavoratori nell’Unione europea
Articoli su protezione sociale e inclusione:
21 agosto 2026 – Disabilità: l’UE rafforza la strategia 2021-2030 mentre l’Italia aggiorna il Piano nazionale
14 agosto 2026 – Rompere il ciclo della povertà infantile: la nuova strategia europea per l’infanzia vulnerabile
7 agosto 2026 – La prima strategia europea contro la povertà: verso un nuovo pilastro sociale dell’Unione?
31 luglio 2026 – Verso una nuova Europa sociale? Il piano dell’UE contro povertà, esclusione e disabilità
20 dicembre 2024 – Povertà energetica: le linee guida della Commissione europea del 2024
23 settembre 2022 – Strategia europea 2022 per l’assistenza: educazione e cura prima infanzia
16 settembre 2022 – Strategia europea 2022 per l’assistenza: i servizi sociali
7 maggio 2021 – La strategia dell’UE per i diritti dei minori e la garanzia europea per l’infanzia 2020-2025
30 aprile 2021 – La strategia dell’Unione europea per i diritti dei disabili 2021-2030
19 aprile 2016 – Le politiche dell’Unione europea per la lotta contro la povertà 2014-2020
